Norbert Rücker, Head Economics and Next Generation Research, Julius Baer
Lo Stretto di Hormuz non è chiuso e le scorte di petrolio a livello globale non sono ridotte.
La ripresa dell’offerta, almeno per quanto riguarda il lato del mercato del greggio, ha compiuto progressi significativi.
Sebbene le esportazioni dal Golfo Persico e dal Mar Rosso rimangano in gran parte poco trasparenti, il flusso di petrolio può essere osservato in modo più affidabile altrove.
I transiti delle petroliere dirette verso l’Asia attraverso lo Stretto di Malacca, così come quelli verso l’Europa attraverso il Canale di Suez, sono aumentati e confermano lo scenario di una normalizzazione ormai avanzata delle esportazioni dal Medio Oriente.
Eppure, i prezzi del petrolio continuano a essere scambiati intorno ai 100 dollari al barile.
Gli attacchi occasionali dell’Iran alle navi alimentano timori e incertezza, facendo salire i prezzi del petrolio attraverso un premio per il rischio sovradimensionato e persistente.
Sul piano geopolitico, esistono diverse interpretazioni.
Ciò potrebbe aprire la strada a un nuovo tentativo diplomatico, potrebbe essere un tentativo di spostare il traffico marittimo dalle rotte meridionali a quelle settentrionali controllate dall’Iran, oppure potrebbe comportare il rischio di un’ulteriore escalation, mentre le potenze egemoni continuano ad aumentare la propria soglia di tolleranza all’escalation.
A più di sei mesi dall’inizio del conflitto, non si sono verificati danni seri e duraturi alle infrastrutture energetiche.
Nel breve periodo, riteniamo che questo contribuisca a ridimensionare in qualche misura la minaccia all’offerta alla base del premio per il rischio.
Nel lungo periodo, facciamo fatica ad associarci al coro di quanti vedono l’avvento di un’era caratterizzata da maggiori rischi geopolitici nel mercato petrolifero.
Al contrario, vediamo i cosiddetti pariah petro-nations, tra cui Russia e Iran, che in precedenza alimentavano la maggior parte delle minacce, in una situazione di forte stress economico.
Il loro comparto petrolifero è significativamente sottofinanziato, in declino strutturale e non fornisce più il capitale necessario alle loro ambizioni geopolitiche. Solitamente, i premi per il rischio sono un fenomeno di breve durata, che persiste per mesi ma non per anni.
Tuttavia, sbagliarci su questa valutazione rappresenta probabilmente la principale variabile imprevedibile nella nostra visione.
Detto questo, con l’apertura di ulteriori rotte alternative dal Medio Oriente prevista per il prossimo anno, con la domanda di petrolio in calo in Europa e Cina e con la produzione in progressiva crescita nelle Americhe, il premio per il rischio dovrà affrontare crescenti difficoltà in futuro.
Altrove, la ripresa delle esportazioni saudite attraverso il Mar Rosso e la pausa stagionale della domanda nel mese di ottobre dovrebbero pesare sulle tariffe delle petroliere e sui margini di raffinazione, offrendo sollievo ai prezzi dei carburanti alla pompa.
Manteniamo la nostra view cauta.





