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L’S&P500 alla prova del fuoco

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Cinque fattori fondamentali.

Nei nostri contenuti e nei nostri webinar, citiamo spesso la media mobile a 200 come utile indicatore di ribasso/rialzo per l’S&P500.

Il 30 novembre scorso, l’S&P500 ha violato questa linea, chiudendo sopra di pochi punti: questo non accadeva dal marzo scorso.

La volta precedente che c’era stato un tentativo di attacco a tale resistenza è stato il 16 di agosto, massimo del mese e massimo relativo ancora inviolato.  

La media a 200 in quell’occasione fu appena toccata e il prezzo fu respinto violentemente, dando luogo all’onda ribassista conclusasi con il grande affondo del 13 ottobre.

L’indicatore di forza relativa, anche nella sua configurazione base presente in tutte le piattaforme, è ormai prossimo ad un ipercomprato che ricorda la metà di agosto. Ma è noto che un indicatore può stare in ipercomprato anche per lungo tempo.

La domanda che ci poniamo ormai da almeno due settimane è quanto possa durare il rally in corso. E se questo rally sia l’inizio di un mercato rialzista, o l’ulteriore rimbalzo prima di in altro affondo.

Non abbiamo nascosto che propendiamo più per la seconda ipotesi. Nondimeno, proviamo a esaminare gli elementi possibilmente a favore per una continuazione almeno temporanea del rally per il mese di dicembre.

Per primo, il non-farm payroll pubblicato ieri alle 14.30 ora italiana. Ancora una volta buste paga e salari hanno superato le aspettative degli analisti: 263.000 nuovi posti di lavoro, contro 200.000 stimati, tasso di disoccupazione al 3.7%, paghe orarie aumentate dello 0.6%.

Insomma, negli Stati Uniti il mercato del lavoro è forte e questo può far pensare ad un rafforzamento della fiducia e della spesa per i consumi del 2023.

Il secondo fattore è costituito dai dati emersi dal Black Friday e dal Cyber Monday: con due cifre record di 9,12 e 11,3 miliardi di dollari nei rispettivi giorni.

Le vendite online sono state sostenute. Le vendite complessive dei due giorni sono aumentate del 2,3% e del 5,3% su base annua. Circa 196 milioni di persone hanno fatto acquisti durante il fine settimana, superando le stime di oltre trenta milioni.

Inflazione o no, gli americani continuano a fare acquisti e consumare: forse acquistando un poco meno a un prezzo più alto, ma continuando ad imprimere un segno positivo alle vendite.

Il terzo aspetto da esaminare è l’inflazione. Nel mese scorso, i dati dei prezzi al consumo e dei prezzi alla produzione hanno dato un segnale di rallentamento. Anche la spesa per i consumi personali è aumentata meno del previsto: 0.2% su base mensile e 6% annuo, il livello più basso dal 2021. La lettura “core” di questo indice, che è una di quelle maggiormente considerate dalla FED, è scesa al 5% di aumento annuo.

Un quarto fattore a favore è la recente dichiarazione di Powell di un rallentamento nell’aumento dei tassi di interesse, già dalla riunione di dicembre. Sostanzialmente, ci si aspetta un aumento dello 0.50% il 14 dicembre, che non è una novità, era da tempo auspicato dai mercati, ma detto da Powell ha fatto un altro effetto.

L’S&P500 dopo il discorso di Powell ha fatto un balzo del 3.2%.

C’è un fattore numero cinque da prendere in considerazione ed è il raffreddamento dei tassi ipotecari, che hanno registrato tre settimane consecutive di discesa.

La domanda di mutui, nondimeno, è ancora in calo: malgrado il recente aumento del 4% rispetto alla scorsa settimana, essa rimane inferiore del 41% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Questo, peraltro, è ampiamente comprensibile: agli attuali tassi di interesse, una persona che guadagna il reddito medio degli Stati Uniti dovrebbe spendere il 46,3% del reddito per permettersi il pagamento della casa di abitazione.

A fronte di cinque fenomeni a favore, potremmo enunciarne almeno altrettanti contrari. Ma con la media mobile a 200 sotto la chiusura dell’S&P500 ci piace pensare, per ora, ad un mercato rialzista.

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Maurizio Monti

  Editore TRADERS’ Magazine Italia

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