Il rischio più grande dell’America non è l’inflazione

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Warsh, la FED, il debito, le elezioni di mid-term. Il problema non è più soltanto quanto saliranno i tassi, ma quanto la politica americana stia diventando un rischio per i mercati. 

 

Warsh e il problema che non può più ignorare

Come avevamo previsto, le conferenze di Warsh sono diventate come quelle della Lagarde: anzi, d’ora in poi lo chiameremo Mister Lagarde, per la sua straordinaria abilità di seminare incertezza sui mercati.

Il grande missionario della discesa dei tassi si sta scontrando con la realtà delle illusioni che il suo sponsor eccellente, Donald Trump, continua a propagare.

Il debito USA viaggia oltre i 40 trilioni di dollari e i tassi del trentennale sono oltre il 5%.

L’amministrazione americana compra titoli a lungo termine per piazzare titoli a breve: se ci si pensa un attimo, sono operazioni che danno la misura della difficoltà nella quale si trova il Tesoro americano, costretto a cercare di attenuare il peso degli interessi sul bilancio federale.

Nel frattempo, i Paesi europei continuano il processo di disimpegno dai bond degli Stati Uniti, seguendo l’esempio della Danimarca.

Fu definita «irrilevante» dal ministro del Tesoro Bessent.

Può darsi che lo sia nelle dimensioni.

Molto meno nel significato, se dovesse rappresentare soltanto l’inizio di un processo destinato a coinvolgere altri Paesi europei.

Bessent può comunque stare relativamente tranquillo: tale è ancora la dipendenza europea da un sistema energetico e finanziario dominato dal dollaro che l’Europa difficilmente potrà scendere sotto determinate soglie di titoli americani nelle proprie riserve.

Il problema vero, per noi europei, è un altro.

 

Che cosa accadrebbe se una crisi di grandi dimensioni dovesse coinvolgere gli Stati Uniti?

È uno scenario che continuiamo a ritenere possibile in una finestra compresa fra il 2027 e il 2029, con una concentrazione di probabilità che, secondo le nostre analisi, rimane maggiore entro il 2028.

Ma torniamo a Warsh.

Che cosa poteva dire a Jackson Hole l’uomo arrivato alla FED accompagnato dalle enormi aspettative di una rapida discesa dei tassi?

Ha ribadito che la Federal Reserve non intende abbandonare il proprio obiettivo di inflazione al 2%.

E chi l’aveva pensato?

Il problema è un altro.

Se l’obiettivo rimane il 2% e l’inflazione è ancora sensibilmente superiore, allora quello stesso obiettivo rimane lontano.

E la politica monetaria deve fare i conti con questa realtà.

Per questo la domanda non è più soltanto quando scenderanno i tassi.

Dobbiamo cominciare almeno a contemplare lo scenario opposto.

Se le pressioni inflazionistiche non rientreranno, il mercato potrebbe essere costretto a discutere nuovamente di rialzi.

E a quel punto la domanda diventerebbe: 0,25% o addirittura 0,50% entro la fine dell’anno?

Non sappiamo se accadrà.

Ma oggi escludere a priori questo scenario sarebbe, a nostro giudizio, un errore.

 

Nel frattempo, Trump…

Ma The Donald mica sta fermo.

Da incrollabile sponsor di Warsh — almeno per ora, ma per quanto? — sta nuovamente cercando di affermare il potere della Presidenza sulla permanenza dei Governatori della FED.

Il primo tentativo si era scontrato con la Corte Suprema.

Trump non sembra essersi dato per vinto.

Il suo obiettivo politico appare evidente: avere una Federal Reserve molto più allineata alla politica economica della Casa Bianca e, soprattutto, molto più disponibile ad assecondare il desiderio presidenziale di tassi più bassi.

Ed è qui che la questione smette di interessare soltanto costituzionalisti e politologi.

 

L’indipendenza della Federal Reserve ha un prezzo finanziario

La credibilità di una banca centrale dipende anche dalla convinzione dei mercati che le sue decisioni siano prese sulla base di inflazione, occupazione e stabilità del sistema finanziario.

Non sulla base delle necessità elettorali del Presidente.

Se questa convinzione comincia a incrinarsi, il problema non riguarda più soltanto la FED.

Riguarda il dollaro. I Treasury. I tassi a lungo termine. Le aspettative d’inflazione.

E, alla fine, Wall Street.

 

Elezioni mid-term

Il sistema elettorale americano è particolare, complesso e costruito intorno a un delicato equilibrio di pesi e contrappesi.

Ed è proprio quell’equilibrio che oggi merita attenzione.

La battaglia sulle circoscrizioni elettorali sta assumendo un’importanza crescente.

Modificare i confini dei collegi può modificare significativamente la rappresentanza politica: concentrando determinati elettori in alcune circoscrizioni e distribuendone altri in collegi differenti, è possibile trasformare la geografia del voto in un potente strumento elettorale.

La posta in gioco è altissima.

Anzitutto il controllo della Camera. E poi quello del Senato.

Se la Camera dovesse passare ai Democratici, il margine d’azione del Presidente diminuirebbe considerevolmente.

Ed è per questo che le mid-term non sono un appuntamento elettorale qualsiasi.

Sono uno dei passaggi che possono determinare quanto potere politico Donald Trump conserverà nella seconda parte del suo mandato.

Trump, almeno apparentemente, continua a mostrare sicurezza.

E nel frattempo gioca anche la partita con l’Iran, spostando ora il baricentro dall’aspetto militare a quello sanzionatorio.

Quanto questa strategia possa essere realmente efficace, con la Cina che continua a sostenere i propri rapporti commerciali con Teheran e una parte crescente del mondo sempre meno disponibile ad allinearsi automaticamente alle decisioni di Washington, è tutto da vedere.

Ma anche questo ci riporta allo stesso problema: la credibilità.

 

L’America in pericolo è il mondo in pericolo

Non ricordo, nella storia recente degli Stati Uniti, una fase nella quale abbia percepito un rischio politico-istituzionale di questa dimensione.

Ho già utilizzato in passato un paragone certamente forte: quello con le fasi finali dell’Impero romano.

Non perché domani mattina gli Stati Uniti debbano naturalmente cessare di essere la prima potenza finanziaria mondiale.

La storia non funziona così. Gli imperi non scompaiono in un giorno.

Prima si deteriorano lentamente alcuni meccanismi che ne hanno costruito la forza.

La qualità delle istituzioni.

La competenza delle classi dirigenti.

La separazione dei poteri.

La fiducia nella moneta.

La capacità di finanziare il debito.

La credibilità internazionale.

La capacità di distinguere l’interesse dello Stato dall’interesse personale di chi lo governa.

Ed è questa progressiva erosione che un investitore deve osservare.

I «barbari», questa volta, potrebbero non avere neppure bisogno di assediare Roma.

Potrebbe essere sufficiente aspettare che Roma si indebolisca da sola.

 

Non è politica. È analisi del rischio.

A noi non interessa il colore politico.

Trump poteva essere democratico, repubblicano, liberale o il rappresentante di un partito che ancora non esiste.

Non cambierebbe nulla. Noi analizziamo i mercati.

E abbiamo considerato fin dall’inizio alcuni elementi della politica di Donald Trump come un potenziale pericolo per i mercati mondiali.

Non per ragioni ideologiche.

Perché le decisioni politiche cominciano a interessarci nel momento in cui modificano le variabili che determinano il prezzo degli asset.

Inflazione.

Tassi.

Debito.

Credibilità della banca centrale.

Rapporti commerciali.

Geopolitica.

Fiducia nelle istituzioni.

Quando la politica modifica queste variabili, la politica diventa una variabile finanziaria.

E ignorarla, per un investitore, sarebbe un errore.

Gli Stati Uniti rimangono il centro del sistema finanziario mondiale.

Il dollaro rimane la principale valuta di riserva.

I Treasury continuano a rappresentare uno dei pilastri del sistema finanziario internazionale.

Wall Street rimane il mercato capace di dettare il ritmo agli altri mercati del pianeta.

Per questo una crisi americana non sarebbe soltanto americana.

 

L’America in pericolo significa il mondo finanziario in pericolo

Da tempo riteniamo che una grande crisi possa maturare in una finestra compresa fra il 2027 e il 2029, con una concentrazione di probabilità entro il 2028.

Non sappiamo quale sarà l’innesco.

E sarebbe presuntuoso pretendere di saperlo.

Potrebbe essere finanziario, monetario oppure geopolitico.

Potrebbe essere qualcosa che oggi nessuno di noi sta ancora osservando.

Ma possiamo osservare le condizioni che progressivamente si stanno creando.

Debito. Inflazione. Tassi. Pressioni sull’indipendenza della banca centrale. Deterioramento della fiducia nelle istituzioni.

Sono elementi che, presi singolarmente, possono essere gestiti.

Il rischio nasce quando cominciano a interagire.

Per questo continueremo a osservare Trump, Warsh, la FED e la politica americana esattamente come osserviamo il VIX, la curva dei tassi, il mercato delle opzioni o l’S&P 500.

Non perché siano la stessa cosa.

Ma perché alla fine arrivano tutti nello stesso posto: nel prezzo.

Il compito di chi analizza i mercati non è scegliere una parte politica.

È riconoscere il rischio prima che il mercato sia costretto a prezzarlo.

 

Maurizio Monti
44 anni sui mercati
Editore di Traders’ Magazine
Fondatore dell’Istituto Svizzero della Borsa

 

 

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