Chi lancerà il primo coltello?
Confesso: ho assistito all’ultima conferenza di Powell sbadigliando, e senza prestare alcuna attenzione.
Anzi, avevo la sensazione di perdere tempo a seguirla e continuavo a fare altro.
Domenica scorsa sono stato preso da senso di colpa: hai sempre ascoltato con attenzione la FED, è un dovere anche verso i lettori.
E quindi ho riascoltato la conferenza.
Così ho fatto alcune considerazioni – e il fatto di averle fatte “a freddo” mi ha aiutato molto.
Punto numero 1
Anzitutto: Powell non se ne va.
E fornisce una spiegazione molto esplicita. La sua non è affezione alla poltrona. Quasi sottende un basso profilo, che arriva a sostenere un sorprendente “chi mi prenderebbe?”.
Di fronte all’ipotesi di un pensionamento da disoccupato, reagisce.
E tira fuori una spiegazione molto esplicita.
Così esplicita, pronunciata così rapidamente, quasi di sfuggita … intende di fatto verificare che la FED non finisca per essere ad immagine e somiglianza del suo nuovo capo e, conseguentemente, della Presidenza degli Stati Uniti.
Powell ha un modo di esprimersi collaudato, privo di fronzoli, dove le virgole verbali vanno interpretate in tutto il loro carico di sottintesi.
Sì, lui rimane, non per prendere il caffè con i colleghi.
Rimane per mettersi di traverso ad ogni ipotesi che veda pregiudicata l’indipendenza della FED.
E’ una sfida.
Il FOMC diviso: Punto numero 2
Avevo letto qualche titolo su CNBC, che parlava di un FOMC molto diviso. Così diviso non si era mai visto, era quanto scrivevano i commentatori.
Anche questo, non so perché, mi aveva fatto sbadigliare, l’avevo collocato fra le cose irrilevanti, noiose considerazioni incidentali.
I tassi sono rimasti invariati, fra il 3.50% e il 3.75%. Ma le opinioni sono frammentate.
In realtà ci sono tre fazioni all’interno del FOMC: pronte ad accoltellarsi fra loro nelle prossime riunioni.
La prima fazione è quella di Stephen Miran. Spingeva per un taglio di 25 punti base. Uno yes-man di Trump. E’ quasi normale, nella normalità del 2026. La colomba a oltranza su commissione dall’alto.
Poi c’è il trio dei falchi: Hammack, Kashkari e Logan. Non solo volevano lasciare i tassi invariati ma volevano eliminare dal comunicato la “tendenza all’allentamento”.
Per loro, i prezzi dell’energia e la situazione del Medio Oriente sono due indicatori inflazionistici.
Poi c’è la fascia intermedia, guidata da Powell: aspettiamo e vediamo che succede. Sì, c’è l’impennata del prezzo del petrolio ma l’economia non è solo il petrolio.
Punto 3: Arriva Warsh.
Questa è la cosa più divertente.
La nomina è tutta repubblicana, le domande formulategli dal Congresso vertevano tutte sulla contraddizione fra la sua natura storica di repubblicano conservatore nella politica monetaria, con l’apparente cambio di bandiera che lo vede sposare una posizione aggressiva di taglio dei tassi, guarda caso allineata con la posizione di Donald Trump, suo sponsor.
Andrà a sedersi nella stanza affianco a quella di Powell, sperando che Powell non abbia molta memoria, e che dimentichi gli attacchi ricevuti nell’ultimo anno del suo mandato.
Del resto, come voti nel FOMC, uno vale uno …
Conclusione
Così: il nuovo capo della FED punterà sulla crescita, turandosi il naso delle sue vecchie tesi più volte espresse fin dai tempi in cui era il braccio destro di Bernanke durante la crisi finanziaria del 2008 (te lo ricordavi? io l’ho vissuto e Warsh era contrario al “denaro dall’elicottero”, come era raffigurato Bernanke, teorico dell’unico modo per far fronte alla crisi).
Ma ora i tempi sono cambiati …
Con lui ci sarà l’ineffabile Miran, cordone ombelicale di Trump dentro la FED.
Poi, oltre questi, c’è una FED divisa in due: la parte che vuole preservarne l’indipendenza e la parte che di tagli dei tassi non vuole sentirne parlare nemmeno in prospettiva.
La FED è diventata una telenovela, dove ci si uccide. Chi lancerà il primo coltello?
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