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Il limite costituzionale alla politica tariffaria di Trump

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La recente decisione della Supreme Court of the United States segna un punto di svolta rilevante per l’architettura istituzionale della politica commerciale americana e per l’equilibrio tra i poteri in un contesto di elevata incertezza economica globale.

Con una storica sentenza adottata con sei voti contro tre, il tribunale ha annullato gli ampi dazi imposti da Donald Trump in base a una legge originariamente pensata per situazioni di emergenza nazionale, concludendo che l’Esecutivo ha ecceduto le competenze conferitegli dal Congresso.

 

Una sconfitta istituzionale con impatto sistemico

L’opinione di maggioranza, redatta dal presidente della Corte John Roberts, conferma la decisione di un tribunale inferiore e stabilisce che la legge invocata dalla Casa Bianca non autorizza il presidente a imporre dazi in modo unilaterale.

Il ragionamento giuridico è chiaro: la facoltà di “regolare le importazioni” non equivale, dal punto di vista costituzionale, al potere di istituire imposte doganali, prerogativa che la Costituzione riserva esplicitamente al Congresso.

Questo dettaglio non è marginale. In termini finanziari, la politica tariffaria di Trump era stata concepita come uno strumento di raccolta massiccia di entrate, con stime che parlavano di migliaia di miliardi di dollari nel prossimo decennio, e come leva di pressione geopolitica di ampia portata.

La sentenza non solo invalida questa base giuridica, ma introduce un precedente che limita in modo significativo la discrezionalità dell’Esecutivo in materia commerciale.

 

La “major questions doctrine” e il ruolo del Congresso

Una parte sostanziale della maggioranza ha sottolineato che accogliere l’interpretazione sostenuta dall’amministrazione Trump avrebbe significato invadere competenze proprie del potere legislativo e violare la cosiddetta major questions doctrine.

Questo principio, sempre più influente nella giurisprudenza statunitense, richiede un’autorizzazione chiara ed esplicita del Congresso quando l’Esecutivo intende adottare decisioni con conseguenze economiche e politiche di enorme portata.

Dal punto di vista dei mercati, questo elemento è particolarmente rilevante: la dottrina introduce un freno strutturale a cambiamenti regolatori improvvisi capaci di alterare catene di approvvigionamento, flussi commerciali o aspettative di investimento senza un esplicito mandato legislativo.

 

Conseguenze economiche immediate e rischi fiscali

Al di là del dibattito costituzionale, la sentenza apre un fronte finanziario complesso. Gli economisti del Penn-Wharton Budget Model stimano che i dazi riscossi su questa base legale superino i 175 miliardi di dollari.

L’annullamento giudiziario solleva la possibilità di rimborsi massicci, con un impatto diretto sui conti pubblici e sulle imprese importatrici, sebbene l’accesso a tali rimborsi possa avvantaggiare in modo diseguale grandi corporation rispetto a PMI e consumatori.

Allo stesso tempo, la decisione introduce incertezza sulla sostenibilità di alcuni accordi commerciali raggiunti sotto la pressione di questi dazi, argomento centrale nell’opinione dissenziente firmata dal giudice Brett Kavanaugh.

Per i critici della sentenza, i dazi rappresentavano uno strumento tradizionale di regolazione del commercio; per la maggioranza, invece, la questione non riguarda l’opportunità economica, ma la legalità e la separazione dei poteri.

 

Implicazioni per la futura politica commerciale

Da una prospettiva strategica, la decisione non elimina la possibilità di nuovi dazi, ma obbliga l’amministrazione a ricorrere a basi giuridiche più specifiche, come quelle fondate sulla sicurezza nazionale o su pratiche commerciali sleali, strumenti più lenti, meno flessibili e politicamente più costosi.

In termini di mercato, ciò riduce la probabilità di misure istantanee e generalizzate, ma non esclude episodi di tensione commerciale selettiva.

 

Cosa accadrà ora?

Per gli investitori, il messaggio chiave è duplice.

Da un lato, la sentenza rafforza la prevedibilità istituzionale del sistema statunitense, riaffermando il ruolo del Congresso come contrappeso dell’Esecutivo.

Dall’altro, preannuncia un contesto in cui la politica commerciale continuerà a essere una fonte di volatilità, seppure incanalata attraverso processi più formali e prevedibili.

In definitiva, la decisione non rappresenta soltanto una sconfitta politica per Trump, ma ridefinisce i limiti legali della politica tariffaria negli Stati Uniti, con effetti duraturi sulla governance economica, sulla stabilità regolatoria e sulla fiducia dei mercati internazionali.

Redazione Traders’ Magazine Italia

 

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