Il Grande Crollo del 1987, sesta puntata

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“La Borsa è una cosa sporca”.

Prima di esaminare che cosa accadde nei giorni successivi al crollo, proviamo ad indagare alcune ragioni a monte che ci aiutino a capire come possa essere avvenuto un crash di tale entità.

Nel 1987 l’aggiornamento dei dati a tempo reale era un problema tecnologico non da poco, specialmente con la Borsa Americana.

Con una parabola sul tetto e un impianto molto costoso, chi scrive riusciva ad avere un aggiornamento dei dati con 3 minuti di ritardo su un terminale di computer del peso di nove chili, con i fosfori verdi lampeggianti (pensandoci oggi, capisco perché porto gli occhiali).  

Ovviamente gli schermi Reuters erano relativamente più efficienti, ma a costi assolutamente proibitivi per un privato, per una singola postazione.

In realtà, eravamo agli albori della tecnologia informatica moderna. 

E forse non ci si era esattamente resi conto che il concetto di tempo reale un po’ troppo approssimativo aveva creato un modo di operare che lasciava troppe finestre aperte dentro lo stesso ambiente. 

Quando ci sono troppe finestre aperte in casa, se non c’è vento quasi non te ne accorgi. Se comincia a spirare un po’ di brezza, le porte, le finestre cominciano a sbattere. 

Se la brezza diventa vento, cominciano a volare fogli di carta, tu cominci ad inseguirli per aria, inciampi, corri a chiudere qualche finestra, ma ti accorgi che ne avevi aperte troppe e il vento è più veloce di te. 

Poi, improvvisamente, si innalza la tempesta, piove, fa freddo, il vento diventa un tifone, corri a chiudere la finestra del bagno, poi la finestra della camera, la porta della cucina sbatte in modo fragoroso, i primi vetri vanno in frantumi, il vento è così forte che la finestra del bagno che avevi appena chiuso si riapre da sola e comincia a sbattere, vola tutto, fogli di carta, suppellettili, chiudi finestre e quelle si riaprono, il vento è troppo forte, la tempesta vince ogni tua velleità di volerla combattere.

Circa 25 anni fa, ero in un ristorante molto grazioso sulle rive del mare Adriatico, a fine agosto. Tutte le finestre affacciate sul mare erano aperte, come pure le porte a vetro che davano sulla spiaggia.

La grande porta di ingresso era nel lato opposto ed era aperta.

Sul mare Adriatico, fra fine agosto e settembre, alle volte si creano delle trombe d’aria.

Il fenomeno ha una spiegazione precisa di carattere meteorologico. In genere si tratta di piccole trombe d’aria che rovesciano qualche ombrellone e costringono i bagnanti a ritirarsi, per tornare qualche minuto più tardi.

Era un giorno di sole, con qualche nuvola, spirava una brezza piacevolissima e all’interno del ristorante il clima era di assoluto relax. 

Sul mare, all’improvviso, vediamo una increspatura sulla superficie, come qualche cosa che avanza verso la riva, e man mano che avanza l’increspatura diventa più forte.

Qualche gorgo, pensiamo, o una piccola tromba d’aria.

La tromba d’aria non era affatto piccola e avanzò molto rapidamente sulla spiaggia antistante il ristorante, gli ombrelloni si piegarono, caddero, volarono via…

Un attimo di panico nella sala, ma il panico diventò terrore quando la tromba d’aria entrò nel ristorante.

Volò tutto quello che era possibile pensare potesse volare.

Fu un attimo, durò pochi secondi, perché la tromba d’aria se ne uscì dalla porta opposta, dopo avere lasciato dietro di sé una baraonda di piatti, bicchieri, tovaglioli, posate in terra… e ovviamente un bel po’ di persone terrorizzate. 

Quello che accadde il 19 ottobre del 1987 a Wall Street fu qualcosa di simile.

C’erano troppe finestre aperte, troppe porte spalancate, i primi computer, ancora limitati rispetto a quello che avrebbero dovuto fare, avevano rivelato possibilità incredibili, aprendo orizzonti nuovi, possibilità prima impercorribili erano diventate a portata di mano.

A Chicago si negoziavano i future. A New York le azioni. Ma fra i valori dei future e i valori delle azioni c’erano delle finestre lasciate aperte, delle porte spalancate. 

Sembravano piccoli pertugi insignificanti, ma le differenze di valore fra le due piazze avevano specializzato una nuova categoria di trader: gli arbitraggisti (di cui troverai molte tracce anche più avanti negli anni, specialmente su Borsa Italiana, grazie alle cui inefficienze si formò una vera schiera di arbitraggisti, che ancora oggi rimpiangono quanto fosse facile fare i soldi, conoscendo il meccanismo).

Mentre i portafogli azionari scendevano, perché scendeva il valore delle azioni quotate a New York, i grandi operatori vendevano future quotati a Chicago, per compensare le perdite.

Ovviamente i future venduti in massa deprimevano ancora di più i prezzi dei future medesimi, che scendevano ulteriormente, a loro volta.

Nei punti di minimo si creavano condizioni per gli arbitraggisti per comprare i future.

C’erano programmi di computer studiati apposta per individuare il momento più opportuno in cui i future erano affondati di più rispetto al valore delle azioni che componevano l’indice. Quello era il momento giusto.

Ma i programmi di computer dell’epoca non erano così efficienti e soprattutto non creavano soldi.

Così, gli arbitraggisti, per comprare future, e il 19 ottobre 1987 di soldi ne servivano tanti, vendevano i portafogli azionari … innescando nuove ondate di vendita sul mercato di New York, poi vendevano i future appena raggiunto un profitto minimo, che affondavano ancora di più creando nuove condizioni di riacquisto, finanziate vendendo titoli …

Erano finestre lasciate aperte su due lati, a Chicago e New York: i computer non erano sufficientemente efficaci per non creare correnti d’aria potenti e più il vento della paura aumentava, più tutto andava per aria, più i mercati crollavano.

La tromba d’aria si accaniva da due lati in contemporanea, travolgendo tutto quello che era possibile travolgere.

Oggi sembra una storia incredibile: ma il primo utilizzo dei computer fu finalizzato a creare software che rivelassero i limiti dei computer stessi. Ma nessuno sospettava quanto perverso fosse tale ingranaggio diabolico.  

Erano proprio i limiti dei computer dell’epoca che causavano una differenza istantanea fra il valore degli indici e delle azioni che lo componevano.

Tali differenze, sostanzialmente dovute all’approssimativo concetto di “tempo reale” di quell’epoca, e quindi dovute nella sostanza proprio ai computer stessi, erano individuate dai software degli arbitraggisti.

Tali software erano già in grado di individuare ordini automatici ai broker, sfruttando spesso frazioni di punto percentuale di guadagno, che, su grandi volumi, permettevano utili consistenti.

In realtà si era creato un sistema di autodistruzione. 

Dove un errore sulla determinazione dei valori diventava una occasione di profitto, indipendentemente dalla logica intrinseca alle operazioni effettuate. Una sorta di circolo vizioso incontenibile, verso il maggior ribasso possibile.

Nelle numerose inchieste effettuate sul crollo del 19 ottobre, si è voluto attribuire anche un peso rilevante all’uso dei computer nell’uso spregiudicato di stop & reverse.

In realtà, questo aspetto della dinamica del crollo, a mio avviso, non fu mai sufficientemente dimostrato, anche se è credibile possa essere stata una concausa.

All’epoca, quelli che noi oggi chiamiamo Market Makers, si chiamavano “specialists”.

Erano società cui le Borse americane demandavano il ruolo di fornitori di liquidità e intervenivano quando le fluttuazioni di prezzo fossero eccessive.

Tali società, come oggi i Market Makers, compravano dove c’era eccessivo flusso di vendite e vendevano dove c’era eccessivo flusso di acquisto. Un ruolo fondamentale per far funzionare il mercato.  

In una giornata come il 19 ottobre 1987, tali società sopportarono perdite enormi.

All’epoca, sul mercato di New York, il regolamento di cassa delle compravendite di borsa, cioè il materiale passaggio di denaro, avveniva a distanza di qualche giorno (in Italia per lungo tempo fu addirittura una volta al mese).

Il 19 ottobre del 1987 i principali specialists furono costretti a chiedere prestiti alle loro banche per ottenere la liquidità necessaria ad onorare gli impegni finanziari determinati dall’acquisto dei titoli.

Le banche esitarono molto a concedere prestiti ed alcune rifiutarono del tutto.

Il giorno dopo, 20 ottobre, ne parleremo ancora più avanti, la FED intervenì con potenti iniezioni di liquidità nel sistema bancario, come prestatore di ultima istanza, fornendo a quest’ultimo in un solo giorno la liquidità monetaria pari al 7% di tutta la moneta circolante negli Stati Uniti in quel momento.

La crisi di liquidità del sistema finanziario, imputabile al crollo, fu ulteriormente esasperato dalle margin call. Sui conti dei clienti, i broker non avevano liquidità sufficiente e questo incrementò ulteriormente la necessità disperata di urgenti capitali. 

La trasformazione di un crollo di borsa nell’inizio di una nuova Grande Depressione era prossima: e la soglia di un burrone molto profondo era lì lì per fare caderci dentro il mondo intero.

L’esperienza vissuta non aveva precedenti nella storia: neanche il 1929 aveva visto una singola giornata terribilmente negativa come il 19 ottobre 1987 e nell’aria era evidente la sensazione che difficilmente il sistema economico mondiale avrebbe retto.

(continua alla prossima puntata)

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P.S.: “La Borsa è una cosa sporca”.

Guardavamo il telegiornale, papà ed io, la sera, con le incredibili notizie che provenivano dal disastro di Wall Street e delle borse mondiali.

Mio papà aveva sfoderato il suo modo di concepire la Borsa. Una cosa sporca. Sorrisi, anche se avrei voluto ridere di gusto, ma mi sarei rivelato un po’ troppo.

Era un caso che fossimo insieme, lui ed io eravamo sempre impegnati altrove, solo alcune domeniche capitava di vedersi.

Papà era un militare dell’aviazione nazionaleNon avrebbe mai potuto concepire la speculazione di borsa.

Sapeva di una passione di suo figlio per l’economia, la finanza e i computer. Anche di una sua certa intraprendenza, sulla quale aveva sempre poco indagato.

Mai avrebbe immaginato che suo figlio a casa sua aveva un sistema computerizzato finalizzato niente meno che a vedere le quotazioni di Wall Street, simile a quello delle banche, per fare operazioni di Borsa.

Né, suo figlio, io, glielo avrei mai confessato, abissalmente lontano come era dal suo modo di pensare.

Ero la dimostrazione evidente che i progetti, se tenuti segreti, riescono meglio, perché non se ne subisce l’influenza negativa o il parere contrario altrui.

Il mio papà oggi è in cielo e posso confessarlo. Sì, opero in Borsa. E la Borsa, alle volte, più che “sporca”, è difficile da comprendere.

Ma che vuoi farci? Forse è il mondo che dovrebbe funzionare in altro modo.

Fatto sta che alla Borsa ho dedicato la mia vita e non ne sono per niente pentito. Anche se poi, per non annoiarmi troppo, cosa che accade spesso in finanza, sono diventato un editore.

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Maurizio Monti

  Editore Istituto Svizzero della Borsa