Il 20 aprile 2020 le notizie riportarono un evento senza precedenti: il contratto futures sul petrolio West Texas Intermediate (WTI) con consegna a maggio chiuse la giornata a –37,63 dollari al barile.
Il fatto non sorprese solo il pubblico generale; anche molti analisti esperti dovettero rivedere i propri modelli mentali.
L’idea che un produttore potesse pagare qualcuno affinché si portasse via il petrolio sembrava assurda.
Eppure, per diverse ore di contrattazione, quella fu esattamente la realtà del mercato.
Per capire cosa accadde realmente è necessario ricordare che il prezzo collassato non fu quello del petrolio fisico in generale, ma quello di uno specifico contratto futures negoziato sulla New York Mercantile Exchange (NYMEX).
I futures sono strumenti finanziari che obbligano a comprare o vendere una materia prima in una data futura a un prezzo prefissato.
In condizioni normali, la maggior parte degli investitori finanziari non riceve mai il prodotto fisico: chiude semplicemente la posizione prima della scadenza.
Il problema è che aprile 2020 non fu un momento normale per il mercato energetico.
Quando nulla si muove
L’economia mondiale era praticamente paralizzata dalla pandemia di COVID-19 e il consumo di carburante era crollato bruscamente.
Aerei a terra, strade vuote e attività industriale ridotta significavano che il petrolio continuava a essere prodotto mentre la domanda scompariva.
Questo squilibrio iniziò rapidamente a riflettersi sull’infrastruttura fisica del mercato.
Il punto di consegna dei futures WTI si trova a Cushing, Oklahoma, uno dei principali hub di stoccaggio di greggio negli Stati Uniti.
Con il passare delle settimane, i serbatoi si riempivano a una velocità allarmante. La capacità disponibile stava per esaurirsi proprio mentre il contratto futures di maggio si avvicinava alla scadenza.
Nei mercati dei derivati, la scadenza di un contratto introduce un obbligo molto concreto: chi mantiene la posizione long deve accettare la consegna fisica del petrolio.
Questo non rappresenta normalmente un problema per raffinerie o compagnie energetiche, ma lo diventa per fondi, trader finanziari o ETF che utilizzano i futures semplicemente per replicare il prezzo del greggio.
La corsa disperata per vendere
Con l’avvicinarsi della scadenza, questi investitori iniziarono a liquidare le proprie posizioni per evitare di ricevere barili che non avevano dove immagazzinare.
Quello che normalmente avviene in modo ordinato si trasformò in una corsa disperata a trovare acquirenti.
Ma i potenziali compratori sapevano qualcosa che i venditori stavano iniziando a capire: accettare il contratto significava assumersi un problema logistico reale, perché lo spazio di stoccaggio era quasi esaurito.
La liquidità scomparve improvvisamente.
Ogni tentativo di vendita spingeva il prezzo sempre più in basso, mentre i compratori richiedevano sconti sempre maggiori per assumersi il rischio di ricevere petrolio fisico.
La dinamica diventò auto-rinforzante.
Quando il prezzo scese sotto i 10 dollari al barile, molti operatori iniziarono a liquidare automaticamente le posizioni per limitare le perdite.
Il mercato entrò così in una spirale discendente raramente vista in una materia prima globale.
Quando il prezzo scende sotto zero
La situazione raggiunse il suo punto più surreale quando il prezzo attraversò lo zero.
Da quel momento, vendere il contratto significava pagare un’altra controparte affinché accettasse il petrolio.
Il minimo intraday raggiunse circa -40 dollari, prima che la seduta chiudesse a -37,63 dollari al barile.
Tecnicamente, il mercato stava indicando che il costo di immagazzinare o gestire quel barile superava il suo valore immediato.
È importante sottolineare che il fenomeno riguardò soprattutto il contratto in scadenza.
I futures dei mesi successivi continuarono a quotare in positivo, riflettendo l’aspettativa di una futura ripresa della domanda.
Ciò che nasconde un grande contratto
Il collasso fu in gran parte il risultato della struttura del mercato dei futures combinata con limiti fisici di stoccaggio.
Uno degli effetti più visibili si verificò nell’ETF United States Oil Fund (USO), molto popolare tra gli investitori retail che volevano esporsi al petrolio.
Il fondo deteneva una grande quantità di contratti prossimi alla scadenza, il che amplificò le perdite e lo costrinse a modificare la propria strategia di investimento per evitare che un episodio simile si ripetesse.
La lezione strutturale
Al di là dell’aneddoto, l’episodio lasciò una lezione importante per chi analizza i mercati delle materie prime.
I prezzi finanziari non sono solo una funzione astratta di domanda e offerta: riflettono anche i vincoli fisici del sistema.
Nel caso del petrolio, fattori come stoccaggio, trasporto e logistica possono diventare determinanti quanto produzione e consumo.
Per alcune ore, il mercato ricordò qualcosa che spesso viene dimenticato nel mondo dei derivati: dietro ogni contratto esiste un bene reale che occupa spazio, richiede infrastrutture e deve essere gestito fisicamente.
Quando questi limiti si scontrano con la struttura finanziaria del mercato, perfino una risorsa fondamentale come il petrolio può arrivare a quotare sotto zero.
La Redazione Editoriale
in collaborazione con l’Istituto Svizzero della Borsa



