La settimana si apre con uno scenario che fino a poco tempo fa sarebbe sembrato impensabile: la Federal Reserve al centro del rischio politico.
Non a causa di una decisione sui tassi né per la pubblicazione dei verbali, ma per la conferma che il presidente della banca centrale, Jerome Powell, ha ricevuto citazioni giudiziarie nell’ambito di un’indagine del Dipartimento di Giustizia legata alla sua testimonianza sul rinnovo della sede della Fed.
La reazione dei mercati è stata immediata, anche se ordinata.
I mercati asiatici hanno chiuso in rialzo, con il Giappone chiuso per festività, sostenuti dalla forza mostrata da Wall Street venerdì.
L’Europa ha aperto sostanzialmente invariata, più per prudenza che per debolezza, mentre i future statunitensi hanno virato al ribasso quando l’attenzione si è spostata dal fronte macroeconomico a quello istituzionale.
L’S&P 500 ha perso fino allo 0,6% e il Nasdaq quasi l’1%, non per timori legati a un rialzo dei tassi, ma per qualcosa di più delicato: la percezione che l’indipendenza della banca centrale statunitense possa essere messa in discussione.
E quando il mercato inizia a prezzare il rischio istituzionale, il linguaggio cambia.
La Fed come asset sistemico
Powell ha confermato di aver ricevuto le citazioni e ha ribadito l’intenzione di restare in carica.
Tuttavia, per il mercato il problema non è giuridico, bensì simbolico.
La Federal Reserve non è solo un’autorità monetaria: è un pilastro di credibilità.
Qualsiasi segnale, reale o percepito, di pressione politica sulle sue decisioni introduce un premio per il rischio che non compare in nessun modello tradizionale.
Non sorprende quindi l’indebolimento del dollaro.
Il DXY ha perso terreno, favorendo un rimbalzo tecnico di euro e sterlina dopo la correzione della settimana precedente.
Allo stesso modo, non è casuale che oro e argento abbiano segnato nuovi massimi storici, in un movimento che combina tre forze classiche: tensioni geopolitiche, debolezza del dollaro e dubbi sull’architettura istituzionale che sostiene il sistema finanziario globale.
I mercati obbligazionari hanno mostrato un andamento irregolare. I Treasury hanno inizialmente attirato flussi difensivi, poi rapidamente riassorbiti.
Il risultato finale è stato una chiusura quasi piatta, riflesso di una realtà scomoda: il mercato non sa ancora come quantificare questo nuovo tipo di rischio.
La Germania prosegue il suo percorso… per ora
Nel frattempo, l’Europa offre un’immagine di stabilità tecnica che contrasta con il rumore politico globale. Il DAX tedesco continua a muoversi in una tendenza rialzista pulita, solida e sorprendentemente disciplinata. Nei grafici a quattro ore, l’indice resta sopra tutte le principali medie mobili, perfettamente allineate e crescenti.
Le correzioni restano superficiali e vengono sistematicamente assorbite dalla media a 20 periodi, segnale di una domanda strutturale robusta. L’RSI, sopra quota 74, indica ipercomprato ma non esaurimento: è l’ipercomprato tipico di un mercato forte, non di uno stanco. Il MACD mostra un lieve rallentamento, ma senza segnali di inversione.
Il messaggio è chiaro: il DAX è tirato, ma non rotto. Solo una perdita sostenuta dell’area 25.150–25.200 potrebbe aprire la strada a una correzione più profonda. Fino ad allora, è la tendenza a comandare.
Geopolitica: troppi fronti aperti per essere ignorati
Se il mercato fatica a digerire l’incertezza monetaria, ancora meno tollera l’accumularsi dei rischi geopolitici.
L’Iran ha lasciato intendere una disponibilità al dialogo dopo le avvertenze di Washington, mentre gli Stati Uniti rafforzano la loro presenza aerea nella regione e Israele prepara scenari di escalation a Gaza.
In parallelo, l’Ucraina intensifica gli attacchi alle infrastrutture energetiche russe, con Mosca che risponde colpendo asset industriali chiave.
Ma è il Venezuela a introdurre una variabile particolarmente sensibile per i mercati delle materie prime.
Il riavvicinamento tra Washington e Caracas procede rapidamente: si parla di alleggerimento parziale delle sanzioni, di conversione dei DSP in dollari e di flussi di greggio verso gli Stati Uniti.
L’amministrazione statunitense ha persino dichiarato una “emergenza nazionale” per proteggere i ricavi petroliferi venezuelani, chiarendo che Cina e Russia resterebbero escluse dalle future attività upstream.
Materie prime e metalli: il vero termometro dello stress
Il segnale più chiaro arriva dai metalli. Il rame sale di oltre l’1%, lo stagno raggiunge i limiti giornalieri a Shanghai e i metalli preziosi continuano ad attrarre flussi che non rispondono più solo a inflazione o tassi reali, ma a qualcosa di più profondo: la sfiducia sistemica.
Non è un caso che materiali e utility abbiano guidato la performance settoriale negli Stati Uniti, sostenuti dalla forza dei metalli e dal rinnovato interesse per l’energia nucleare.
L’annuncio di accordi energetici strategici rafforza la narrativa della sicurezza energetica come tema strutturale del prossimo decennio.
È una questione di fiducia
Quando l’indipendenza della Federal Reserve entra, anche indirettamente, nel dibattito politico, gli asset smettono di muoversi solo in base ai fondamentali e iniziano a riflettere qualcosa di più difficile da modellizzare: la fragilità del quadro istituzionale che li sostiene.
E quando questo accade, i grafici restano utili… ma non sono più sufficienti.


