Prima puntata


Che cosa accadde nel 1989? La caduta del muro di Berlino. Soprattutto, l’implosione dell’Unione Sovietica. L’unica fine possibile di tutti i regimi comunisti. L’implosione, l’accartocciamento su se stessi, i piani quinquennali che si rivoltano contro i loro folli progettisti, gli scaffali vuoti dei supermercati e dei negozi che urlano di poter servire a qualcosa e a qualcuno, le rotative dei giornali che si fermano stanche di stampare sotto dettatura di pochi scellerati al potere. L’implosione.

Ciò che il capitalismo non si aspettava di dover fronteggiare. L’implosione del nemico. Non gli Stati Uniti. Non l’Occidente. Gli uni e gli altri avevano ben diritto di gioire, perché l’implosione dell’Unione Sovietica era, ed è, una vittoria di quel grande imperfetto ma non rimpiazzabile sistema che si chiama democrazia.

Ma il capitalismo, no. Non si trattava di gioire, ma di trionfare. Era il trionfo del capitalismo. Era l’ebbrezza della gioia. Era la vittoria sul mondo. Era una ipnosi collettiva. Era la mancanza di concorrenza. Il monopolio sul mondo, con qualche ridicola eccezione: Cuba, la Corea del Nord … eccezioni che confermavano ancora di più il trionfo gigantesco, la vittoria schiacciante.
Anche la Cina, ormai, si professava capitalista, e il capitalismo mondiale, in preda all’ubriacatura dell’implosione comunista, in preda ai fumi dell’alcool diabolico dell’autocelebrazione, si affrettò a credere anche a quel capitalismo in assenza di democrazia, a quel capitalismo dove avvengono, dichiarate, 5000 esecuzioni l’anno, dove le esecuzioni sono probabilmente 50.000 e non 5.000 come i numeri ufficiali dicono.

Dove il singolo che cosa vuoi che conti se sono un miliardo e mezzo. Se anche ne fanno fuori 50.000 all’anno, che vuoi che sia. Dove i numeri vengono stabiliti a tavolino da 4 (quattro) capitalisti del partito Comunista. Anche le statistiche, il cambio della moneta, gli indici di rilevazione economica, tutto. Un capitalismo fatto a tavolino. Come i piani quinquennali sovietici, in versione moderna. Faranno la stessa fine e saranno dolori, per tutti.     

Il capitalismo aveva stretto un patto con il diavolo. A patto di professarti capitalista, ti ammetto nel mio circolo. Non importa tutto il resto. Ormai siamo i padroni del mondo, non abbiamo concorrenza. Siamo in cielo, siamo potenti come Dio e anche di più. Vieni con noi nel paradiso capitalista.

Il vecchio sogno del diavolo sembrava diventare realtà. Era il diavolo che aveva corrotto Eva e poi Adamo: esattamente lo stesso, che suggeriva ad Eva di mangiare la mela, perché sarebbe diventata come Dio. Quello stesso diavolo propose la stessa mela al capitalismo, nel 1989. Mangiala e diventerai come Dio. E il capitalismo la addentò con ingordigia, anzi la divorò in un batter d’occhio per essere sicuro di conquistare il paradiso terrestre il prima possibile.

Il problema è che il diavolo non è un granchè nel tenere la cima. Gli manca la costanza, che è una virtù, anche essenziale, che, in quanto tale, non dimora all’inferno. Il diavolo è capace di fare scalate, di raggiungere la cima. Non di tenerla. Il capitalismo, questo, proprio non lo sapeva. Non lo immaginava neppure.

Fu così che, nel 2007, durante un agosto italiano particolarmente torrido, l’S&P500 americano toccava un sinistro triplo minimo, cadendo con una velocità che non si vedeva da tempo. Erano i sintomi dei subprime, della finanza di carta, del giro vorticoso di obbligazioni malate di insolvenza impacchettate e confezionate in eleganti prodotti che sembravano gonfi di valore ed erano invece palloncini pronti a scoppiare.

La borsa toccava un massimo storico ad ottobre, e da lì cominciava a scendere, e da quella discesa iniziava la crisi del 2008. Una delle più devastanti della storia. Un sintomo che quel diavolo aveva venduto una mela marcia che portò il capitalismo ad un brutto mal di stomaco. Che dico, ad una gastroenterite che sarebbe potuta essere fulminante.

In quel contesto, si sviluppò sul mondo tutta l’energia negativa che il capitalismo aveva accumulato nei 18 anni precedenti, dopo avere siglato il patto con il diavolo.  
Ovviamente, in Italia, l’Italia della Parmalat, della Cirio, del Monte Paschi di Siena, la politica, le istituzioni, le banche rassicuravano gli italiani: quei pazzerelloni di Americani? Noi mica siamo come loro … noi le mele le abbiamo in Trentino, mica ci servono quelle del diavolo … La nostra malattia non è l’incompetenza, ma la stupidità grossolana.

Oltraggiando la tranquilla ed imperturbabile faciloneria nostrana, l’impatto di quell’energia negativa fu devastante per le conseguenze che ancora il mondo sta pagando.
Ce ne è una in modo particolare: si chiama disarticolazione. Che cosa è? È il male che affligge la nostra epoca. È la polverizzazione degli ideali di una generazione intera. Qualcosa di cui bisogna essere consapevoli, maledettamente consapevoli. Qualcosa di cui bisogna rendere consapevoli i nostri figli che avranno l’eredità pesantissima di gestire il fenomeno della disarticolazione.

Ne parliamo Mercoledì prossimo, sul prossimo SETTIMANALE, per la seconda puntata di questo articolo.

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Maurizio Monti

 

Editore TRADERS’ Magazine Italia