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UAE fuori dall’OPEC: perché è una notizia ribassista per il petrolio (ma non adesso)

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Il mercato guarda il prezzo. Ma la notizia è un’altra

Il petrolio sale e il WTI è sopra i 100 dollari.

La spiegazione immediata ti è ben nota: lo stretto di Hormuz resta chiuso.

Questo è ciò che veramente domina lo scenario attuale: dal versante macro-economico fino al prezzo alla pompa che troviamo quando riforniamo la nostra auto di benzina o gasolio.

Nondimeno, sotto la superficie è successo qualcosa di più importante.

 

Gli Emirati Arabi Uniti sono usciti dall’OPEC dopo 59 anni.

Non è una notizia da poco. E una analisi seria su questa notizia è necessaria.

 

Perché conta davvero

A prima vista, sembra una notizia geopolitica, magari strettamente dipendente dalla situazione della guerra USA-Iran.

In realtà è una decisione economica e strategica, che, probabilmente, sarebbe stata presa comunque e che forse la guerra USA-Iran ha solo accelerato.

Gli Emirati hanno una capacità produttiva di circa 5 milioni di barili al giorno, ma l’OPEC ne consentiva solo 3,4 milioni.

Tradotto in soldi e linguaggio comune e comprensibile: stavano lasciando sul tavolo miliardi a causa delle limitazioni imposte dall’OPEC.

 

Il punto di rottura

Per decenni, l’OPEC è servita a stabilizzare i prezzi e proteggere i produttori.
Oggi, per alcuni membri, è diventata un vincolo.
Gli Emirati hanno scelto di uscire per una ragione molto semplice: massimizzare produzione e profitti, subito.
E per di più, in un momento in cui il mondo avrà bisogno disperato di maggiore offerta di petrolio.

 

Il vero cambio di paradigma

Questa decisione introduce un precedente.
Se un membro può uscire per aumentare la produzione, altri potrebbero seguirlo. Tutto ciò potrebbe recare nel tempo tre conseguenze:
–      Meno coordinamento nella politica petrolifera da parte dei Paesi Arabi
–      Più offerta di petrolio
–      Meno controllo saudita: l’Arabia Saudita vuole essere il leader indiscusso

 

E quindi il petrolio scende?

Magari.
Non adesso.
Nel breve periodo, il mercato è dominato da un solo fattore: la chiusura dello stretto di Hormuz.
Finché il petrolio non può essere consegnato, produrlo di più cambia poco.
Il paradosso attuale, in sintesi, è:

  • più capacità produttiva
  • ma meno capacità di distribuzione

con il risultato inevitabile: i prezzi rimangono alti e probabilmente continueranno a salire.

 

Ma nel medio periodo cambia tutto

Qui sta il punto chiave. Gli Emirati stanno investendo in modo massiccio nell’aumento della propria capacità produttiva.
L’uscita degli Emirati:

  • aumenta il potenziale di offerta globale
  • indebolisce la disciplina OPEC
  • riduce il controllo sui prezzi

È un catalizzatore potenzialmente ribassista sul petrolio.

 

Due modelli a confronto

  • Arabia Saudita → prezzi alti, controllo dell’offerta
  • Emirati → più produzione, più liquidità, più diversificazione

Gli Emirati non hanno bisogno di prezzi alti. Vogliono vendere il più possibile, finché possono. Hanno “fretta” di vendere il più possibile finché il petrolio sarà materia prima essenziale.

 

Perché proprio adesso

Il timing non è casuale.

Con la transizione energetica in corso: il petrolio oggi vale più del petrolio domani.

Meglio monetizzare ora: questo il ragionamento degli Emirati.

 

Conclusioni

Nel breve periodo: conta e prevale Hormuz, i prezzi rimarranno alti.

Nel medio periodo: conta la situazione generale, e i prezzi andranno sotto pressione.

Il mercato sta guardando il presente, ma il segnale è sul futuro.

 

Quando tutti guardano nella stessa direzione,
di solito stanno guardando nel posto sbagliato.

 

 

Maurizio Monti Editore Traders' Magazine Italia

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