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Hormuz: il destino del mondo in 20 chilometri

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Per la prima volta nella storia.

Hormuz.

La Guida Suprema del governo iraniano ha detto che lo stretto di Hormuz rimane chiuso.

Anche se non ci fosse stata tale conferma, dallo stretto nessuna petroliera si azzardava a passare, per evidenti ragioni.

 

Lo stretto durante le crisi.

La minaccia di chiudere lo stretto è stata, storicamente, la leva strategica dell’Iran, quando le tensioni regionali raggiungevano un livello critico.

Eppure, lo stretto rimase aperto durante la guerra con l’Iraq, nella crisi del 2018, quando Trump ritirò gli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare.

Nel 2019, alcune petroliere subirono attacchi pesanti, su cui gravarono molti interrogativi, ma non ci furono interruzioni di transito.

Nel giugno del 2025, quando americani e israeliani bombardarono molti siti iraniani per lo sviluppo di energia nucleare, non ci furono conseguenze nel passaggio delle petroliere.

 

Arriva così il 2026…

Nel febbraio scorso, l’intelligence americana rilevò che mine navali erano state caricate su navi nel Golfo Persico: cosa che allarmò non poco gli USA.

Era una minaccia concreta o un modo di spaventare gli americani?

O era un modo per gli americani per giustificare l’attacco che poi si sarebbe verificato?

Fatto sta che martedì 10 marzo le Guardie Rivoluzionarie iraniane dichiaravano che non avrebbero permesso il transito di “un litro di petrolio” (non un barile, un litro hanno detto), qualora gli attacchi statunitensi e israeliani continuassero.

Gli attacchi non sono mai cessati.

E lo stretto di Hormuz è ora formalmente, o di fatto, chiuso.

 

Che cosa dicono i petrolieri.

Aramco è la più grande compagnia petrolifera del mondo.

L’amministratore delegato ha parlato di conseguenze catastrofiche per i mercati petroliferi mondiali e più a lungo durerà la crisi, più significative saranno le conseguenze per l’economia globale.

 

Che cosa è accaduto in passato.

Come detto, lo stretto di Hormuz non è stato mai chiuso.

Se il conflitto finisse in breve tempo, non ci sarebbe una crisi conclamata, solo qualche scossone all’equilibrio dei prezzi e alla catena delle forniture che richiederebbero i loro tempi per essere completamente ripristinate.

Nel 2022, con l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, l’impatto sui prezzi del petrolio durò circa sei mesi. La Russia produce circa 9 milioni di barili al giorno, di cui 3 milioni destinati al consumo interno.

Significa una capacità produttiva pari a poco meno del 9% della produzione globale. 

Peraltro, ci fu solo un cambio di direzione delle petroliere, che andarono a rifornire di petrolio russo paesi come la Turchia, l’India e la Cina. 

Nel 1973 (ricordate le domeniche a piedi?), i prezzi del petrolio passarono da 3 a 12 dollari al barile, in sei mesi. Gli arabi decisero che avrebbero prodotto meno petrolio incassando di più.

Non fu un periodo facile e le economie del mondo rallentarono pesantemente.

 

Oggi.

Se Hormuz rimane chiuso, mancano all’appello 20-21 milioni di barili al giorno.

Probabilmente sauditi ed emiratini riuscirebbero a dirottare attraverso gli oleodotti (sperando non vengano bombardati o comunque sabotati dagli iraniani) circa 2-3 milioni di barili. 

Probabilmente altri produttori mondiali, aumentando la produzione, potrebbero far fronte ad una parte della carenza di greggio. 

Volendo essere molto ottimisti, il deficit potrebbe essere di 15 milioni di barili al giorno. 

Per dare un’idea della dimensione della carenza, il primo produttore al mondo, oh … guarda chi è… gli USA, producono 13.5 milioni di barili al giorno.

Le riserve messe a disposizione dall’Europa (400 milioni di barili) e dagli Stati Uniti (170 milioni di barili) contribuiranno a calmierare parzialmente la crisi, probabilmente attenuando la carenza di 3-4 milioni di barili al giorno, finché ce ne sarà.

 

I future del petrolio.

Un po’ come nell’aprile del 2020, quando il prezzo del petrolio andò in negativo, furono i future a farci vedere come sarebbe finita la storia.

Ricordo che durante un webinar osservai che i future di dicembre 2020 segnavano un prezzo di 32 dollari.

C’erano già delle storie che giravano, che parlavano di svolta storica, e che il petrolio non sarebbe mai più tornato come prima: un ascoltatore mi smentì, i future non contano disse.

Invece contano.

I future ci dicevano che se i petrolieri erano disponibili a pagare 32 dollari per il petrolio con consegna di lì a 9 mesi, probabilmente tutto sarebbe tornato normale molto presto. 

Oggi, i future ci dicono qualche cosa di simile. 

In realtà il future del petrolio di dicembre 2026 quota 76 dollari, mentre il prezzo del future front solletica i 100 dollari. 

Il mercato scommette che la guerra non durerà molto a lungo e che l’equilibrio internazionale della catena delle forniture di petrolio verrà ripristinato nel giro di settimane più che di mesi.

Se avrà torto o ragione, lo vedremo. Perché anche il mercato può sbagliarsi.

 

Webinar

Oggi ho parlato dello stretto di Hormuz e della situazione internazionale per due ragioni.

La prima, mettere un po’ in ordine le idee sul reale contesto attuale del mercato del petrolio. 

La seconda è cercare di razionalizzare l’impatto emotivo che c’è di fronte a questi fenomeni. 

E’ normale che ci sia impatto emotivo.

Normale che ci siano dei timori legittimi, questa è una guerra che ha conseguenze ben visibili: basta andare a fare il pieno di carburante per accorgersene. 

Nondimeno, questi sono i tempi migliori per fare scelte strategiche importanti: ad esempio quella di corrispondersi uno stipendio da trader. 

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