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America great again, lo tsunami futuro dei mercati

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Siamo proprio dei covoni.

“Un re che getta le basi della tirannia

scava le fondamenta della caduta del suo regno.

Quando il muratore poserà il primo mattone storto,

il muro si inclinerà fino alle stelle.”

–      Saadi Shirazi, poeta persiano. Gulistan, capitolo 1, scritto nel 1258 –

Addio America

Quando fu eletto Trump, e anche prima della sua elezione, non ho mancato di sottolineare che il personaggio avrebbe fatto molto danno ai mercati, agli Stati Uniti e probabilmente al mondo intero.

Non ho mai espresso pareri politici, non è questa la sede per fare politica e non sarei editore di riviste e portali di finanza operativa, se fossi qui ad esprimere pareri politici.

Ho solo manifestato, talvolta, di essere, personalmente, un liberale di vecchio, anzi decrepito stampo, visto il mondo di oggi e la scomparsa di fatto degli ideali liberali: ma questo non ha alcuna importanza in merito a quello che scrivo e alla linea dei contenuti che dirigo.

Malgrado questo, fui inondato di insulti, tanto da decidere di chetarmi, proprio per non indurre nell’equivoco di esprimere pareri politici: che, ripeto, è lontanissimo dalle mie intenzioni.

Fra i lettori arrabbiati con me, per avere toccato il grande Trump, il più originale disse che eravamo dei “covoni”. Sarei curioso di sapere il suo parere oggi e anche di tutti coloro che mi inviarono insulti.

Magari non hanno cambiato parere, o forse sì.

Gli Stati Uniti, la Grande America, sta andando verso la tirannia. E questa è una grave preoccupazione per il mondo intero.

Ma, soprattutto, e ciò mi interessa qui sottolineare: è un grave rischio per i mercati.

Venezuela.

Fu qualche anno fa, che osai esprimere, in un articolo, la mia indignazione per la dittatura venezuelana: per i prigionieri politici, per la sanguinosa repressione di massa, per l’annientamento dell’opposizione, per le frodi elettorali, per avere ridotto un Paese potenzialmente ricchissimo (petrolio e cacao) alla fame, a causa di una classe politica e militare corrotta.

Il Venezuela è un paese di cui si è sempre parlato poco, in pochi conoscevano (e conoscono) la situazione venezuelana.

Nelle elezioni del 2018 al rinnovo di Maduro alla Presidenza vidi con costernazione e vergogna la presenza dei cinque stelle, mentre il resto del mondo occidentale aveva rifiutato di riconoscere la legittimità del suo insediamento.

Anche con il mio articolo sul Venezuela, fui coperto di insulti.

Stavolta era la parte opposta, rispetto a quella che mi avrebbe poi insultato per la mia critica a Trump, a ricordarmi che il Sud America aveva sofferto “molto di più” (e perché di più??) per le dittature di destra che non per i tentativi di un socialismo “dal volto umano” che il chavismo stava tentando.

Nel socialismo dal volto umano sono accadute cose uguali e peggiori rispetto a quelle che sono avvenute nelle peggiori dittature nel mondo: e ancora oggi 8 milioni di venezuelani sono scappati (scappati, chiaro?) dal paese e il paese è alla fame, e la gente comune vive nel terrore.

Insulti.

La cosa più strana di questo mondo polarizzato (per questo dico che come liberale sono un sopravvissuto decrepito), è che non esiste il dialogo, per la differenza di opinioni.

Esiste ormai solo l’insulto.

Sono un “covone”. Anzi, secondo il lettore sopra citato, tutti noi, qui all’Istituto o a Traders’ Magazine Italia siamo dei “covoni”.

Il lettore ci teneva a sottolineare di essere un professore universitario con tre lauree. Come tale un essere al di sopra di tutti, un po’ come Trump.

Che cultura superiore. Una cultura con la “c” minuscola, piccola piccola che non si vede. Una ultura.

Non ho risentimento, solo sgomento, anche per i suoi studenti.

L’arresto di Maduro (o la “cattura”).

Così, Trump che “cattura” Maduro, per me è stata un po’ una reminiscenza di queste mie due esperienze di essere insultato, per ragioni esattamente opposte.

Sotto, sotto, io sono ben felice che Trump abbia fatto la prima cosa buona della sua vita, eliminando un dittatore come Maduro: dall’altro, il modo con cui lo ha fatto non può non suscitare preoccupazione.

Ma non tanto per il violatissimo diritto internazionale. Potremmo discutere a lungo su chi lo stia violando di più nel mondo.

Ma per un’altra e più pericolosa ragione.

Ora Trump, con il suo “esercito più forte del mondo” (è vero: hanno fatto, causato, combattuto tante di quelle guerre che chi meglio degli americani sa fare la guerra?), è riuscito in una operazione militare molto complessa senza subire alcuna conseguenza sui suoi uomini e i suoi mezzi militari.

Costo zero in termini militari (non in termini economici ovviamente), e risultato pieno: perfino spettacolare, se rinunciamo a pensare che è costato, dall’altra parte, un centinaio di vittime e, ovviamente, il trauma per centinaia di migliaia di persone di vedere a breve distanza dalle proprie abitazioni piovere missili alle 2 del mattino.

Questo risultato lo ha “caricato”.

In modo non dissimile dai tiranni del passato, il successo militare lo sta esaltando.

Ha fermato l’Iran con “bombe che solo gli Stati Uniti possiedono”, dominerà (?) il Venezuela grazie ad una azione militare dell’”esercito più forte del mondo” – l’esercito che “non ha nessuno nel mondo se non gli USA”.

Groenlandia.

La Groenlandia, parte della Danimarca, paese della Nato, è ora il prossimo obiettivo del grande tiranno.

Era anche il Canada.

Ma finiva con l’essere un problema.

Così meglio circondarlo: prendendosi la Groenlandia, il Canada è circondato dagli amati cugini americani.

Ovviamente, prima di tutto “il canale diplomatico” (ricordate Hitler che per ottenere l’Austria, i Sudeti, un pezzo di Cecoslovacchia, tenere buono Stalin, fece lo stesso? prima la “diplomazia”, con la rivoltella nel cassetto).

Nessun grande capo di stato rinuncerebbe al “canale diplomatico”.

Né Trump, dice Rubio, ci rinuncerà.

Prima si tenta con qualche dollaro da mettere sul piatto. Poi si vedrà.

Temo che la Groenlandia sarà la prossima conquista di Trump.

Più Great Again di così come può essere? Forse dimentico l’Iran, ne parliamo un’altra volta.

La grande finanza.

Non ho fatto mistero, accertandolo di persona, che la grande finanza americana è tutt’altro che contenta di Trump.

Abituata a salire sul carro dei vincitori, dopo lo sgomento dei primi sei mesi, ora la grande finanza sembra silente.

I vertici delle sette magnifiche sono tutti concordi e sembrano felici, a costo della loro evidentemente miserabile dignità, di osannare Trump.

Così, la grande finanza, ha capito.

Ora sono silenti. Verrà il loro momento.

Se c’è una cosa che un presidente americano dovrebbe evitare è quello di inimicarsi Wall Street.

Trump è riuscito a non inimicarsi una parte di essa, con un abile divide et impera.

Vedremo se riuscirà a mantenere questo equilibrio fino alla fine del mandato.

Io, personalmente, ne dubito: ho studiato a fondo Wall Street dalle sue origini e da quando, navigando i mercati, di fatto, devo interpretarla.

E’ Wall Street la vera arma invincibile degli Stati Uniti. Perfino i presidenti americani devono guardarsi dal provocarla.

Se Trump vince su Wall Street, ne prenderò atto. E dirò: mi sono sbagliato.

Wall Street sta attendendo Trump al varco. E la vendetta arriverà, prima della fine del suo mandato.

Il resto del mondo non starà fermo.

E se tocchi certe cose, Wall Street si arrabbia e potrebbe arrabbiarsi molto forte.

Il 2026.

Nell’articolo pubblicato ieri su Traders’ Magazine

https://www.traders-mag.it/oltre-7000-per-quanto-ancora/

ho fatto cenno ad un paio di minimi importanti (ripeto, come detto ieri, non catastrofici) dell’S&P500 nel 2026.

E’ il risultato di una analisi ciclica, stagionale ed algoritmica.

Riteniamo che il primo dei due si verificherà fra la metà di febbraio e la metà di maggio.

L’S&P500 future ha sorpassato il livello 7000 e sembra più che mai intenzionato a veleggiare al rialzo.

Nell’articolo che pubblicheremo domenica notte, riservato agli abbonati a Traders’ Magazine, esamineremo in profondità di analisi le prossime due decadi di gennaio, dove c’è un punto di inversione che ci sta attendendo e potrebbe essere importante.

Riprenderemo in mano anche l’outlook sull’intero 2026 che abbiamo già pubblicato a fine dicembre, perché ci sono ulteriori dettagli.

Nella Classroom di martedì 13 gennaio (Sì! riprendono le Classroom dopo la pausa natalizia), vedremo anche le migliori strategie da applicare per un presumibile aumento di volatilità che ci attende nelle prossime settimane.

 

Tecnologiche stanche.

Ad essere rimasto indietro è il Nasdaq, in visibile divergenza rispetto agli altri due indici americani: il minor supporto delle tecnologiche ha spinto i titoli degli altri settori, fino a rivitalizzare il Dow Jones.

Gli earnings cominceranno anch’essi a muovere il mercato, anche se per vedere quelli delle Magnifiche dovremo ancora attendere la fine del mese.

Excelsior.

I prossimi tre anni, fino alla fine del mandato di Trump, saranno molto particolari.

Navigare sui mercati in questo periodo richiede molta accortezza, competenza: richiede soprattutto di utilizzare le strategie giuste e non farsi ingannare dalle sirene.

Il mio consiglio è preciso, inequivocabile: si chiama Excelsior.

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Nella Classroom del 13 gennaio, la strategia per il prossimo minimo delle borse americane: clicca qui sotto per abbonarti o rinnovare il tuo abbonamento.

 

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