Recensione dell’ultimo film del controverso regista danese, che l’ha definito il suo film più brutale

A 5 anni dal discusso e alquanto spinto ‘Nymphomaniac’, arriva nelle sale italiane, dopo essere passato da Cannes lo scorso maggio e lì avere sconvolto metà platea, senza tuttavia correre il rischio di non essere sufficientemente votato, essendo stato presentato come film fuori concorso, ‘La casa di Jack’ o meglio ‘The house Jack built’. Accade spesso, anche in questo caso, che i titoli nella loro versione originale rendano meglio l’idea del film che accompagnano: il protagonista, infatti, costruisce le fondamenta della casa e un pò di struttura verticale, ma fa demolire tutto per poi ricominciare e lo fa più volte, ripartendo sempre da zero. Ambientato nell’America anni settanta, la storia è divisa in cinque capitoli e incentrata su un ingegnere che avrebbe voluto essere un architetto. Jack si ritiene un intramontabile artista che trova nei cadaveri e in nauseanti ricostruzioni sceniche da lui stesso operate, caratterizzate da più corpi sotto effetto rigor mortis messi in posizioni ‘umane’ come fossero ancora vivi e fotografati, l’oggetto della sua arte, se così si può definire. Ne è talmente orgoglioso da condividere alcuni scatti con un giornale ed è subito caccia a – come lui stesso si firma – Mr. Sophistication. All’inizio, la polizia indaga su un rapinatore, finché diventa chiaro che il pesce cercato è ben più grosso e pericoloso. Jack cambia personalità, gioca le sue carte di avventore con astuzia e semplicità, talvolta persino con ironia, il che fa sentire la futura vittima al sicuro, a dispetto di uno sguardo ‘strano’ e delle informazioni contradditorie che rifila alla poveretta per presentarsi. Donne, soprattutto donne: ecco chi uccide e poi massacra, ecco a chi cambia i connotati se a suo parere ciò è necessario per la foto. Fa due sole eccezioni apparentemente: ammazza l’uomo anziano che prova a fermarlo quando intuisce che Mr. Sophistication è lui, ma che abbassa le difese concedendogli una frazione di secondo di fiducia e perdendo così la vita; ammazza i due bambini di una madre forse divisa e speranzosa di trovare un nuovo compagno e lo fa iniziando dal più piccolo, come in una battuta di caccia o in un gioco crudele.

F1) Locandina del film e trailer


La locandina del film “La casa di Jack” di Lars Von Trier.
Fonte: https://movieplayer.net-cdn.it/t/images/2019/02/07/la-casa-di-jack-poster-italiano_jpg_1003x0_crop_q85.jpg
Trailer del film: www.youtube.com/watch?v=Y1z1p2fsKUs

Lavorare su un personaggio facilmente giudicabile
Matt Dillon ha lavorato su Jack, il cui nome ricorda non a caso quello dell’omonimo ‘squartatore’, ispirandosi in particolare a quanto letto nel libro “50 serial killer di cui non avete mai sentito parlare” – i cui 4 volumi racchiudono parte di una sconfinata letteratura su questa tipologia di essere umani che di umano in realtà hanno poco – e scoprendo che esiste una sorta di normalità sinistra nel mondo. Inoltre, documentandosi, si è imbattuto in alcune definizioni di cui ha tenuto conto per affrontare il suo personaggio nel modo più corretto e attribuirgli quella giusta: psicopatico. Non un sociopatico, non il demonio. Ma piuttosto un disperato privo di empatia alcuna, come è chiaro quando toglie la vita ai due bambini e lo fa prima di ammazzarne la madre. È interessante notare che, come il sociopatico, lo psicopatico – afferma il dottor L. Michael Tompkins, psicologo del Sacramento Country State Center di salute mentale – ha uno scarso senso di cosa è giusto o sbagliato, nessuna o quasi empatia, né capacità di condividere gli altrui sentimenti; a differenza del sociopatico, lo psicopatico non ha una coscienza e dunque nessuno scrupolo morale, mentre il sociopatico si sente in colpa ma non per questo ferma la sua azione causa della stessa colpa. Tompkins ha detto degli psicopatici che sono “attori qualificati capaci di fingere emozioni”, il che fa letteralmente paura. Continuando con il film, Dillon ne vede un aspetto morale, la conclusione: il cattivo non va in galera, ma direttamente all’inferno, guidato da un Virgilio con il viso e le capacità attoriali del grande e purtroppo fu Bruno Ganz, che lo porta nel girone dantesco a lui destinato, due anelli più su dalla voragine più profonda, nella quale però Jack cade mentre tenta la fuga. E così la risposta al male è la parte di Cielo destinata all’espiazione eterna dei peccati, come nella Divina Commedia. Infine, l’attore principale afferma che il film sul misantropo Jack, il cui disturbo ossessivo compulsivo cresce ad ogni omicidio, in fondo non è che il rispecchiamento di un lato oscuro che chiunque di noi nasconde in sé, anche se , in genere e per fortuna, non si trasforma in azione.

F2) Uno strepitoso Matt Dillon, protagonista del film


Matt Dillon in un’immagine del film su un serial killer realmente esistito.
Fonte: https://staticfanpage.akamaized.net/wp-content/uploads/sites/17/2019/02/matt-dillon-the-house-that-jack-built.jpg

Il regista e gli attori
Lars von Trier ha scandalizzato, non solo lo scorso pubblico di Cannes e molti spettatori che avrebbero voluto indietro i soldi del biglietto dopo aver lasciato la sala prima della fine di questo interminabile film, ma il mondo intero con le sue affermazioni antisemite da fervido nazista. Ha persino dichiarato di avere fatto questo film perché il personaggio lo rappresenta particolarmente bene: un assassino a sangue freddo con diverse rotelle fuori posto, privo di scrupoli, senza pietà nemmeno per due bambini che si fidano di lui? Fa riflettere. Matt Dillon ha reso una prova attoriale di tutto rispetto, davvero bravissimo, e ha ammesso che non avrebbe voluto fare questo film, che il personaggio lo spaventava, che temeva di autogiudicarsi e di non riuscire né a interpretarlo né ad accettarsi dopo averlo fatto e visto. L’attore ha raccontato di non aver mai fatto prove – metodo ‘larsvontrieriano’ – prima dei giorni di set, il che ha richiesto a volte una capacità d’improvvisare non semplice ma creativa, con il rischio di sbagliare. Personalmente e come attrice, non condivido la scelta di Dillon, perché questo film non ha in sé un messaggio tale da giustificare la visione sconcertante di omicidi e torture pre/post-mortem cui lo spettatore è sottoposto, cioè non mette in evidenza un tema su cui discutere. Il grande Bruno Ganz, Virgilio o voce della coscienza, è mancato proprio poco prima dell’uscita del film nelle nostre sale. Era la sua ultima interpretazione.

F3) Il Cast del film a Cannes 2018 (fuori concorso)

Il cast principale del film con il da poco mancato Bruno Ganz sulla destra.
Fonte: www2.pictures.zimbio.com/gi/Matt+Dillon+Bruno+Ganz+House+Jack+Built+Red+m5BSdF4lp34l.jpg

Vederlo?
No. Per la prima volta esprimo un no convinto, non solo sul grande schermo ma su qualsiasi altro mezzo, dalla televisione al telefonino. Non c’è un motivo valido che giustifichi tanta violenza gratuita quanta quella proposta dal regista danese più discusso dei nostri tempi. Forse Lars von Trier non dovrebbe avere accesso più a nessun film festival a meno di una redenzione artistico-morale e di rispettare il pubblico, anche se non ama piacere a tutti. Ma per ora il mio voto è un 4.

F4) Bruno Ganz, attore completo, di teatro e cinema, mancato alla vigilia di ‘La casa di Jack’

Una bella immagine del grande attore Bruno Ganz scomparso.
Fonte: www.ilgazzettino.it/photos/MED/41/83/4304183_1442_covert.jpg

 

Alessandra Basile

Attrice e Autrice. Inoltre collabora con la Comunicazione corporate di un’azienda. E’ Life Coach ICF e dal 2018 Mediatore giudiziario. Presiede l’Associazione filodrammatica Effort Abvp con la quale ha interpretato e prodotto diversi spettacoli teatrali a tematica sociale, fra i quali una pièce contro la violenza domestica, “Dolores”, della cui versione italiana è co-autrice Siae. Ama scrivere di film, spettacoli e personaggi.
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