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SE NON CI FOSSE QUELLO STRANO CRASH SUL NASDAQ…

12 giugno 2017

La scorsa settimana è stata abbastanza significativa, poiché, sebbene non si sia assistito a movimenti eclatanti sui mercati, abbiamo avuto qualche importante chiarimento sull’evoluzione della congiuntura mondiale, in relazione ad alcuni argomenti piuttosto significativi. Li analizzerei cercando di focalizzarmi sulla loro concatenazione.

Il primo anello della catena direi che è il prezzo del Petrolio. Sul greggio il messaggio pervenuto, molto chiaro, è che sono assai più importanti gli aumenti di produzione USA che i tagli dei paesi OPEC. Infatti l’aumento di scorte di petrolio e derivati in USA ha fatto scendere fino a 45 dollari il prezzo del Crude Oil. Rispetto ai 55 dollari di febbraio siamo quasi il 20% sotto. 

Prezzi così nessuno se li aspettava dopo l’apparente buona notizia di fine maggio sul prolungamento dell’accordo OPEC per tagliare la produzione e sostenere le quotazioni dell’oro nero. Il merito è dell’entusiasmo dei produttori americani di shale oil, che continuano ad aprire nuovi pozzi, galvanizzati dalla paterna influenza del loro beniamino Donald Trump, che per loro (ma anche per i produttori di carbone) ha addirittura isolato politicamente il suo paese, rigettando gli impegni di Parigi contro l’inquinamento ed il mutamento climatico e mettendosi contro il resto del mondo.

Siccome il calo dei prezzi petroliferi va avanti ormai da oltre 3 mesi, anche la spinta inflazionistica dell’andamento globale dei prezzi sta scemando, soprattutto in Europa, ma anche in USA. Quelli, tra cui il sottoscritto, che temevano una ripresa dell’inflazione a causa delle spese folli e dei regali fiscali di Trump, che avrebbero costretto le banche centrali ad agire sui tassi, per ora debbono attendere. Trump non ha ancora combinato nulla. 

Anzi, sembra incartato a difendersi dalle indagini sul russia-gate, che martedì vedranno un altro suo collaboratore, il Ministro della Giustizia Sessions, sulla graticola a testimoniare al Senato sui suoi rapporti con i russi, mentre anche il genero Kushner figura nella lista dei prossimi interrogati dalla commissione del Senato sui traffici pre-elettorali con i russi. L’economia è lontana dalla mente di Donald e pertanto l’inflazione risente più del rallentamento della crescita che si è visto nel primo trimestre e che anche nel secondo non sembra brillare, e del calo del petrolio, che delle aspettative di miracoli economici sempre più lontani e difficili.

Stiamo perciò assistendo ad un afflosciamento dei prezzi in maggio, che è comparso la scorsa settimana sui dati preliminari e verrà confermato questa settimana dai dati definitivi.


In questa situazione Draghi ha avuto buon gioco a zittire le voci smaniose di tornare alla normalità monetarie ed ha spavaldamente promesso ancora un lungo periodo di allentamento monetario, almeno fino a fine anno, e poi si vedrà, dato che con un’inflazione in Eurozona al 1,4%, l’obiettivo della BCE del 2% si sta allontanando invece che avvicinarsi. In USA l’inflazione è un po’ più alta che in Europa (si dovrebbe fissare al 2% in maggio), ma è in contrazione anche lì, poiché la precedente rilevazione la fotografava al 2,2%.

Qui siamo comunque al target della FED, per cui trova buone ragioni la normalizzazione in corso da parte di Yellen e soci. Ma sono diminuite le ragioni per dare un’altra spintarella da un quarto di punto ai tassi ufficiali nella riunione della Federal Reserve che si terrà mercoledì prossimo. Le attese degli esperti davano quasi per certo il rialzo dei tassi a 1,25% dall’attuale 1%. Da qualche giorno la percentuale dei convinti è scesa e se la FED dovesse decidere di aspettare un altro mese la sorpresa non sarebbe poi così grossa.

Ma qui occorre anche valutare quanto un evento del genere, cioè lo smentire se stessa, dopo aver ripetutamente annunciato in tutti i modi l’imminenza del rialzo, verrebbe ad incidere sulla credibilità della FED e sull’impressione che i mercati potrebbero farsi circa la capacità di previsione e di valutazione della più potente banca centrale del mondo. Credo che forse, paradossalmente, dai mercati sarebbe accolto meglio un rialzo che un nulla di fatto, specie se il rialzo venisse accompagnato da una manifestazione di fiducia nella crescita USA manifestato attraverso proiezioni economiche ancora favorevoli, che attribuiscano ad eventi transitori il rallentamento produttivo del primo trimestre dell’anno.

Il contesto economico e soprattutto quello monetario sembrano remare a favore della stabilità e potrebbero sostenere i mercati. Soprattutto quelli europei, dato che assistiamo ad una crescita Europea da qualche trimestre migliore di quella americana. Inoltre Draghi si mantiene, ciononostante, assai più accomodante della Yellen. La settimana appena conclusa ha assorbito sui mercati azionari europei il calo dei primi due giorni con un recupero finale, avvenuto non a caso grazie alla performance assai accomodante di Draghi, che ha riportato sui massimi dell’anno gli indici principali.

Ma è stato soprattutto l’obbligazionario ad avvantaggiarsi della bontà della BCE. Il Bund decennale tedesco ha quasi dimezzato il suo rendimento rispetto ad un mese fa, ed ora scambia poco sopra lo 0,25%. Il nostro BTP è sceso in pochi giorni ai minimi di rendimento degli ultimi 5 mesi e ha chiuso la settimana in calo sotto il 2,10%. In questo modo anche lo spread si è ridimensionato dagli oltre 200 punti di mercoledì scorso ai 182 di venerdì. Sul recupero dell’obbligazionario italiano, ma anche su quello dell’indice Ftse-Mib, che è risalito di due punti e mezzo dai minimi di martedì 6 giugno, ha giovato molto la sonora sconfitta dei 4 leader (Renzi, Berlusconi, Salvini e Grillo) da parte dei peones della Camera, che hanno affossato, al primo voto segreto utile, la riforma elettorale “alla tedesca” che avrebbe dovuto portarci alle elezioni anticipate già al ritorno dalle ferie. Ci perderemo lo spettacolo promesso da Bersani, annunciando una campagna elettorale in costume sulle spiagge romagnole. Ma in compenso ne guadagna la stabilità, che tanto piace ai mercati, dato che Gentiloni (di nascosto, senza farsi vedere da Renzi) tira un sospiro di sollievo mentre il fiorentino, lesto a cambiare programmi, ora punta al voto nella prossima primavera e comincia la corte serrata a Pisapia, dopo che ha visto i sondaggi che proietterebbero addirittura al 16% una lista unita dall’ex sindaco milanese alla sinistra del PD. Quasi tutti voti rubati a Renzi.

L’atmosfera parrebbe idilliaca, non fosse per uno stano scoppio di volatilità a cui si è assistito venerdì sera sulle borse americane, a mercati europei chiusi. Sia sull’indice SP500 che soprattutto sul Nasdaq100 si è assistito ad una sorta di Flash Crash, partito subito dopo la chiusura dei mercati europei, che, significativamente, avevano già ridimensionato i loro guadagni, annusando forse qualcosa.

Nella seconda parte della seduta americana, senza alcun motivo apparente, una giornata partita in deciso rialzo, tanto che sia SP500 (a 2.446) che il Nasdaq100 (a 5.897) avevano migliorato i massimi storici, si è girata in deciso ribasso, portando l’indice tecnologico a chiudere con un -2,44% e SP500 a -0,08%. Anche il Vix ha avuto una fiammata fin sopra quota 12, per poi tornare sotto 11 in chiusura. Entrambi gli indici hanno realizzato in pochi minuti i massimi ed i minimi della settimana ed il recupero finale non è bastato a fugare le perplessità, che oggi dovrebbero riflettersi anche sull’apertura dei mercati europei. Ci si chiederà, grattandosi la testa, se quel che si è visto è un antipasto di quel che ci riserverà sempre più in futuro l’uso a tappeto di software di “pilotaggio” dei mercati da parte dei grossi operatori, oppure se si tratti di qualche prima scossa premonitrice dell’evento sismico che, prima o poi, farà scendere i mercati dalla nuvola della speculazione stimolata dalle banche centrali.

Pierluigi Gerbino  

 
www.borsaprof.it

 

 

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