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C'E' ANCORA SPERANZA IN UN LIETO FINE

5 settembre 2017

Il mondo non è mai stato così vicino ad una guerra nucleare, forse nemmeno durante il celebre braccio di ferro tra USA e Unione Sovietica del 1962 sui missili a Cuba.

La situazione è molto delicata. Da una parte il fanatico dittatore nordcoreano si è convinto (illuso?) che il mondo non sia in grado di fermare la sua frenetica corsa verso armi nucleari sempre più potenti e precise, in grado di radere al suolo paesi ostili ed economicamente molto più avanzati, come la Corea del Sud ed il Giappone (che, unico al mondo, ha già subito durante la seconda guerra mondiale il celebre doppio attacco nucleare di Hiroshima e Nagasaki) e persino di raggiungere il territorio americano.

Con gli ultimi esperimenti di prova ha dimostrato di esserci riuscito. Per cui, in qualsiasi momento, può colpire per primo. Dall’altra parte ci sono due stati completamente in balia della minaccia nucleare, impossibilitati a rispondere con la stessa moneta ad un attacco atomico, e la potenza nucleare più grande al mondo, gli USA di Trump, che sarebbe in grado di eliminare la minaccia nordcoreana con un attacco nucleare preventivo. Questa scelta però la esporrebbe alla dura condanna di Russia, Cina e gran parte dell’opinione pubblica mondiale per l’alto numero di vittime civili che causerebbe.

Questa situazione, secondo la teoria dei giochi, la branca della logica matematica che si occupa del comportamento razionale di soggetti in competizione che desiderano massimizzare i propri vantaggi, è la classica situazione che dovrebbe portare alla trattativa ed impedire l’olocausto nucleare.

Su questi principi si è basata la teoria della deterrenza reciproca, che ha finora evitato il ripetersi della triste esperienza nucleare a danno del Giappone, anche se ha portato il mondo alla proliferazione nucleare, con la costruzione di migliaia di ordigni in grado di distruggere più volte completamente l’intero pianeta, ed ha aumentato il numero degli stati in possesso di armi nucleari, non per essere usate, ma per rafforzare la propria posizione negoziale con una concreta minaccia letale alla controparte.

Ma, qui sta il punto, in questo caso non ci troviamo di fronte a due competitor dotati di piene facoltà razionali. Kim Jong Un è un giovane e spietato dittatore che non ha esitato ad uccidere persino componenti della sua famiglia, a lui ostili, per mantenere un potere illimitato e feroce. Affama il popolo per impiegare gran parte delle poche risorse economiche del paese in armi di distruzione di massa con il sogno di far la guerra ai nemici storici del suo paese, contando sull’alleanza che i suoi avi avevano stipulato con la Cina per sentirsi al sicuro da ritorsioni.

Non sono certo che, arrivato al dunque, con la concreta possibilità di sferrare il primo colpo mortale, riuscirà a trattenersi.

Trump non è così fanatico come Kim, ma l’equilibrio e la moderazione non sono certo le sue caratteristiche migliori. Mentre non avrei mai pensato ad un Obama che sferra un attacco nucleare preventivo, con Trump non mi sento di escluderne la capacità.

Questi sono i termini che rendono molto delicato questo momento, mentre Kim, secondo i servizi segreti sudcoreani, sta preparando un altro lancio missilistico, probabilmente intercontinentale, per i prossimi giorni.

La Cina di Xi Jinping appare l’unica potenza in grado di parlare e forse convincere il giovane pazzo a smetterla con le provocazioni. Ma finora non c’è riuscita, anche se formalmente condanna Kim. Questa indecisione cinese comincia a farmi pensare che abbia forse perso gran parte del controllo dello squilibrato alleato.

In questo vicolo cieco, dove appare essere finita la partita coreana, i mercati ieri hanno reagito con un calo, ma senza perdere troppo la calma. Il fatto che Wall Street fosse chiusa per la Festa del Lavoro ha contribuito a far mantenere i nervi saldi ai mercati, che evidentemente applicano lo schema della deterrenza e ritengono ancora assai improbabile il precipitare della crisi.

Le Borse asiatiche e quelle europee hanno accusato perdite mediamente intorno al mezzo punto percentuale. C’è stato anche chi ha chiuso in positivo, come la Cina, che potrebbe trarre vantaggio da un efficace ruolo di arbitrato tra le due parti contrapposte. La presenza della minaccia coreana si vede quasi solo dal fatto che i tradizionali beni rifugio (Oro e preziosi) salgono di prezzo e vengono premiate le aziende che producono armi (come Leonardo-Finmeccanica, che ieri è stata la migliore sul listino italiano), mentre gli acquisti sui bond proseguono ed i rendimenti scendono.

Questa saldezza di nervi ci conferma che, se venisse rapidamente tolta di mezzo questa spada di Damocle che impedisce a molti investitori di guardare al futuro immediato con serenità, la voglia dei mercati azionari più dinamici (i BRIC, gli indici USA ed il nostro Ftse-Mib) è quella di riportarsi oltre i massimi dell’anno, che per gli indici USA sono anche i massimi assoluti.

Nonostante il grosso problema rappresentato in USA del tetto del debito, che questa settimana il Congresso comincia a discutere e che deve necessariamente essere alzato entro il mese di settembre per evitare il blocco dei pagamenti ed il default tecnico federale.

Ma la questione coreana è un tappo che è difficile da togliere in fretta senza mandare in frantumi la bottiglia. Pertanto la cautela resta la migliore compagna di viaggio.


Pierluigi Gerbino  


 
www.borsaprof.it


 


 

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