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DONALD D’ARABIA SUONA LA CARICA

23 maggio 2017

Un inizio di settimana tranquillo in Europa e addirittura rialzista in USA ha confermato che, almeno per il momento, la voglia di scappare dall’azionario non ha ancora fatto presa sugli investitori, disposti a dare a Donald Trump ancora un po’ di tempo per mantenere le sue promesse.

Anche perché i media hanno dato molto risalto alla sua performance araba, anche nei suoi aspetti più pittoreschi, e molti commenti l’hanno descritta come un successo diplomatico.
Personalmente non sarei così ottimista. Il fatto che sia riuscito a fare molto business di armi con gli arabi ed il Qatar, che sono i principali sponsor e finanziatori dell’ISIS, mi riesce difficile interpretarlo come una buona notizia. Anche il tanto magnificato baratto tra la non ingerenza sui diritti civili e politici di queste dittature islamiche da parte degli USA in cambio di un controllo sul terrorismo da parte degli arabi, oltre che ingenuo, mi appare più una manifestazione di cinico egoismo che una soluzione del problema. In pratica il baratto sottintende che del popolo oppresso, dei valori occidentali e della pace in Medio-Oriente a Trump non frega nulla, purché gli estremisti islamici lascino in pace gli USA e si scannino tra loro. Corollario di questa nuova strategia è statol’abbandono e l’isolamento dell’Iran (a cui invece si appoggia l’amico Putin: mi sarebbe piaciuto vedere la faccia di Vlady quando ha sentito le dichiarazioni di Donald).

E per il neopremier iraniano, il moderato Rohani, recentemente confermato con il voto popolare, che aveva puntato tutte le sue carte sull’apertura verso l’occidente, la mossa di Trump è un calcione negli stinchi, che rischia di lasciarlo in balia dei fondamentalisti, ed attizzare, anziché spegnere, la stessa guerra in Siria.

Ma quel che penso io non conta nulla. I mercati hanno preso bene l’approccio di Trump, anche perché porta 110 miliardi di dollari di commesse militari. E gli indici USA hanno registrato la terza giornata di recupero dopo lo scivolone di mercoledì scorso, riuscendo praticamente, con l’indice SP500 e soprattutto con il Nasdaq100, a chiudere il gap ribassista aperto mercoledì della scora settimana e tornando quindi in area massimi storici.

Come corollario di questo recupero abbiamo anche assistito alla repressione della volatilità. L’indice della paura Vix, che tra mercoledì e giovedì era volato da 10,65 a 16,30, ieri ha quasi completato il ritorno alla base ed ha chiuso la seduta sui minimi a 10,93. Sembra proprio che lo spavento di mercoledì sia stata la classica tempesta in un bicchier d’acqua, già dimenticata dal ritorno dell’euforia per le prodezze geopolitiche dell’Apprentice.

In Europa invece gli indici hanno chiuso generalmente in moderato calo, fermati dalla forza dell’euro, che ultimamente comincia a frenare un po’ gli acquisti di titoli europei. Ieri l’EUR/USD, con uno strappo pomeridiano, ha ampiamente superato anche il livello di 1,12 e si appresta a testare la zona 1,13, dove si era fermato nel momentaneo rialzo realizzato la notte del 9 novembre, quando Trump vinse le elezioni e per poche ore sembrava che l’America dovesse crollare. Sappiamo che poi i mercati fecero una giravolta e trasformarono Trump da brutto anatroccolo a magnifico cigno. La svolta travolse anche l’euro e lo portò fin sotto 1,04, sia in dicembre che ad inizio gennaio. Ma da allora l’euro ha rialzato pian piano la testa.

Dapprima per merito dell’irrobustimento della ripresa europea, che ha visto l’Eurozona superare gli USA nel ritmo di crescita del PIL, sia nell’ultimo trimestre del 2016 che nel primo del 2017.

Poi per la riduzione dello spread dei rendimenti tra il Treasury decennale americano e l’analogo Bund tedesco, con il primo che da marzo ha perso una quarantina di punti base di rendimento, mentre il secondo sembra essersi stabilizzato su rendimenti positivi, seppure bassi, che da qualche settimana stanno rafforzandosi intorno allo 0,40%. Infine, nelle ultime settimane, anche per colpa delle disavventure in patria del condottiero miliardario e del temuto impeachment, che ne hanno acciaccato l’immagine. Sta di fatto che ora l’Euro ha risalito quasi completamente la china e si trova a poca distanza da dove era prima di Trump.
Evidentemente la forza dell’euro e la debolezza del dollaro, colpendo la competitività di prezzo delle imprese europee, ed avvantaggiando quelle americane, sta rovesciando il rapporto di forza relativa tra l’azionario europeo e quello americano, che per parecchi mesi ha visto correre gli indici europei meglio di quelli americani.

Si vedono i primi segnali di un’inversione di forza, a vantaggio dell’America, come avevamo constatato in novembre e nei primi due mesi del 2017, nella fase dell’infatuazione dei mercati per Trump.

Questa fase invece sembra un po’ azzardato attribuirla ad un ritorno di entusiasmo per le promesse del magnate. Sembra essere più la constatazione del peso che oggi i cambi hanno sui bilanci delle imprese. Anche movimenti di piccola portata sui cambi creano guadagni o perdite di competitività di un certo rilievo, che i mercati sembrano subito pronti a scontare nelle quotazioni.

Sulla Borsa italiana ieri ha pesato anche lo stacco dei dividendi che ha coinvolto metà del listino Ftse-Mib. La performance dell’indice (-1,15%) è bugiarda. Se guardiamo quella del FIB, che è depurato dello stacco dei dividendi, osserviamo un +0,30%, che fa della nostra la miglior Borsa d’Europa. Questo perché molti titoli sono riusciti a recuperare almeno parte del dividendo staccato, soprattutto tra i bancari e gli assicurativi.


Oggi gli indici USA potrebbero tentare il nuovo assalto ai massimi storici. Quelli europei saranno frenati, almeno all’inizio, dall’attentato terroristico di Manchester, che ha ucciso una ventina di ragazzini al concerto della pop-star Ariana Grande. Ma sappiamo che il cinismo delle borse si è ormai assuefatto al terrorismo, almeno finché resta nei confini del “già visto”. E purtroppo di attentati così ne abbiamo veramente già visti troppi.

Pierluigi Gerbino

www.borsaprof.it

 

 

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