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LA CINA TORNA A CRESCERE… E SI PREOCCUPA

18 luglio 2017

Dopo una settimana scoppiettante, l’inizio di questa è stato piuttosto fiacco e privo di spunti. Se guardiamo i principali indici occidentali, non ne troviamo uno che ieri abbia avuto una variazione giornaliera superiore a 0,35 in valore assoluto.
Per vedere variazioni superiori occorre spostarsi in Asia, dove ha un pochino impressionato la chiusura decisamente negativa delle borse cinesi, con Shanghai che ha lasciato sul terreno -1,5% ed interrotto una fase rialzista che durava da maggio e l’aveva vista salire anche quando le borse occidentali stavano effettuando quella blanda correzione terminata la scorsa settimana.

L’evento costituisce contemporaneamente una sorpresa ed una conferma. La sorpresa, soprattutto per chi si aspetta che sia l’economia a guidare i mercati e non ne vuole sapere di finanza comportamentale, è il tempismo scelto dai mercati cinesi per la consistente presa di beneficio: proprio nel giorno in cui sono stati comunicati dal Governo i dati sul PIL del secondo trimestre e questi hanno battuto le previsioni, tornando a crescere al ritmo di +6,9%, significativamente al di sopra degli obiettivi del governo per l’anno in corso, che sono stati fissati ad un ritmo di crescita appena superiore al 6,5%. I mercati hanno perciò anticipato il dato nelle scorse settimane, scontandolo a priori, e preso profitto a consuntivo, effettuando il classico schema “Buy on rumors and sell on news”.

La conferma riguarda quello che potremmo definire come “isolazionismo finanziario” della Cina rispetto alle altre borse. L’ho già evidenziato alcune volte in passato. I grandi investitori tendono a considerare le borse cinesi come un mondo a parte, dominato dalle dinamiche locali e poco propenso ad adattarsi agli umori che provengono dalle borse americane. Anzi, spesso la Cina viene usata come hedging e tende ad avere comportamenti tendenzialmente compensativi rispetto a quelli delle borse occidentali. Chi ne vuole una prova basta che confronti l’andamento dell’indice cinese di Shanghai con l’americano SP500 nell’ultimo anno.

Nel periodo da metà luglio ai primi di novembre del 2106, mentre in USA si viveva un lungo e noioso periodo lateral-ribassista in attesa delle elezioni, l’indice cinese è salito. Il rally di Trump, che ha fatto poi volare la borsa USA da novembre a fine febbraio di quest’anno, ha visto l’indice cinese disinteressato, in trading range laterale. Ma neanche la correzione americana da marzo a metà aprile è riuscita a smuovere l’indice cinese dalla lateralità. Il rialzo successivo di SP500 da metà aprile a fine maggio è coinciso con una severa correzione degli indici cinesi, mentre la lateralità americana che ci ha accompagnato nell’ultimo mese e mezzo, in Cina è stata vissuta al rialzo. Praticamente mai i due indici hanno avuto un analogo comportamento. Cosa che invece si nota quasi costantemente se si paragonano i principali indici europei alla borsa USA.

Non deve perciò stupire più di tanto se proprio quando in occidente si decide di rompere gli indugi al rialzo e SP500 mette a segno l’ennesimo massimo storico dell’anno, in Cina partono le prese di beneficio. Mi stupirebbe però vedere un significativo avvitamento ribassista da parte delle borse del dragone, dato che siamo ormai a 3 mesi dallo storico congresso del partito comunista cinese e il governo impedirà qualunque evento in grado di offuscare l’immagine del “grande leader” Xi Jinping. Qualche presa di beneficio verrà tollerata, anche per ricordare che il mercato, senza la “guida illuminata” del partito, può giocare brutti scherzi all’avidità del popolo. Ma non oltre.

L’occidente ha passato la giornata a digerire lo strappo rialzista della settimana precedente, mentre il dollaro si è ulteriormente indebolito e l’euro ha potuto riprovare la rottura rialzista di 1,15 del cambio EUR/USD, avvenuta nella notte e che oggi deve essere confermata.
La forza dell’euro, che dura da tempo, spiega in parte la minor vitalità delle borse europee rispetto a quelle americane, che si è espressa a giugno in un calo maggiore, mentre in questo scorcio di mese di luglio, quando è andato in scena il rialzo, si sono visti gli indici europei sottoperformare la baldanza americana.

Fa storia a parte la nostra Borsa, che appare ancora quella più forte di tutte, anche se ieri non ha potuto evitare un lievissimo segno meno. La forza del nostro indice si è palesata quando i salvataggi bancari a MPS ed alle banche venete, approvati dalla “Disunione Europea”, hanno aperto uno squarcio di sereno sul settore bancario, che ha attirato nuovamente un po’ di denaro su di sé.

L’indice Ftse-Mib, pieno di banche, si è immediatamente irrobustito e in questi giorni sonnecchia intorno a 21.500 punti, in attesa di spiccare il salto verso l’obiettivo 21.829, massimo del 16 maggio ed obiettivo del movimento partito ad inizio mese. Un eventuale superamento di questo livello proietterebbe l’indice italiano al rialzo di altri 1.000 punti, sui valori del lontano dicembre 2015.
Ma forse è meglio non correre troppo con la fantasia, anche perché oggi ho l’impressione che ci sia da lottare per rimanere agganciati a 21.500.


Pierluigi Gerbino  


 
www.borsaprof.it


 


 

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